Invisible City

This overview shows the starting grid ofCome gli animali cancellano ogni traccia davanti alle proprie tane, così Lee Kuan Yew ha provato a fare con la storia di Singapore. Solo che il cinema gli ha rovinato il piano. Per capire il leader, dovete pensare a un patriarca asiatico dalla faccia gentile e le ombre assassine alle spalle, che ha declinato il suo sguardo in migliaia di telecamere di sorveglianza. Per capire l’isola, invece, dovete immaginare un posto salgariano che nel giro di 30 anni diventa Manhattan più Ginevra, Venezia e aggiungerci Shanghai con la pioggia di Londra e i colori di Mumbai. Tutto molto cinematografico, ma con una ferita enorme, non raccontata. La città dagli anni sessanta è cambiata a un ritmo da videoclip. C’è una Singapore immaginata e una che svanisce, quasi che la realtà e la sua immobilità non possano esistere: non rimane che aggrapparsi al cinema, al tempo catturato dalle immagini. La quarta generazione di registi che va dai 20 ai 40 anni l’ha capito, si è resa indipendente dall’egemonia cultura di Hong Kong, è andata a studiare all’estero ed è tornata per raccontare quello che le era mancato, l’anomalia con la quale erano venuti su. Pensate a un bambino che cresce e con lui tutto quello che ha intorno: nessuna piazza rimane la sua piazza, nessun palazzo il suo palazzo, è come se gli sottraessero i ricordi, se gli cancellassero la scena. È Matrix ma col cemento. «Andare via è quasi una soluzione», dice Anthony Chen (28 anni), regista di numerosi cortometraggi, «quando sono tornato non riconoscevo più la mia città: il mio quartiere in due anni era diventato altro». C’è anche chi è rimasto, come Martyn See (40 anni), e ha fatto della sua permanenza uno strumento di lotta, non ha lasciato soli quelli che si opponevano e ha raccontato le storie di Chee Soon Juan e Said Zahari. Ha pagato con l’arresto, ha conservato molta paura, «ma no, proprio non riesco ad andarmene». La stessa ostinazione di Tan Pin Pin (37 anni), due documentari sulla città: “Singapore Gaga” e “Invisible City”, entrambi hanno come protagonista l’isola, il primo attraverso una serie di ritratti ne racconta il carattere con molta ironia e curiosità: dalla radio con le notizie in mandarino, alla cultura araba, Juanita la voce della protezione civile, Margaret e l’arte del pianoforte giocattolo, ventriloqui, armonicisti, musica e stranezze, ne viene fuori una città allegra, inaspettata. Il secondo, è sulla trasformazione, lo stravolgimento, e il vano tentativo di salvare la memoria. Singapore ha una bellezza cinematografia usata bene da questi nuovi registi, ha il temporale delle tre che è come avere una casa di produzione pronta a cambiarti scena gratis, ha l’incrocio di tre culture: quella cinese, quella malese e quella indiana con l’aggiunta di quelle che tutti i giorni sbarcano da navi e aerei che ne fa un grumo di coincidenze alla Paul Auster: è tutto qui, bisogna solo mescolare. E se le teste dei grattacieli richiamano l’ordine che dall’alto scende per le larghe strade e si perde negli ordinati giardini, nei ristoranti “Blade Runner”, fino alle camere d’albergo, il cinema ha il potere di sovvertire quegli ordini facendo incontrare un uomo e una donna. Vista con gli occhi di Royston Tan, poi, Singapore non è solo un posto esasperante, ma diventa una giostra dove la normalità non trova spazio. Lui è un apparecchiatore di bizzarrie, sforna storie di continuo, lavora per la tv, è una sorta di Spielberg di Singapore, ma sullo schermo ha la fantasia del primo Tim Burton, è il regista più bravo a raccontare questo posto partendo dai suoi estremi: «è nei bordi che ritrovo l’anima, la sua verità, tutto quello che è sotterrato e deve aspettare di vedere la luce. Non sono soddisfatto del livello di realtà, quindi ne creo un’altra, è un cinema della fuga dai linguaggi convenzionali».  Il tratto comune a questi registi è l’immaginazione dei ricordi, la ricostruzione di un sentimento e della sua scena, la richiesta di un contatto umano che in questi anni è mancato. Sono tornati, «per discutere quello che vogliamo essere» dice Martyn. Prima, devono raccontarsi quello che sono, per questo filmano senza sosta, il loro sguardo libero è l’unica, vera opposizione, a un paese governato con le telecamere di sorveglianza.

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Royston Tan

Il cinema di Royston Tan (36 anni) ribalta la cupezza economica dell’isola: «amo Ed Wood e Wong Karwai». È Fellini ma asiamericano. Ha mandato Kieslowski a memoria, l’ha digerito e ne ha fatto una scena bellissima: lacrime col rewind, che tornano negli occhi di chi le ha versate. Tan ha capito la nuova Singapore, quella che ha mescolato cinesi indiani e malesi e si è occidentalizzata in mode e linguaggi estremi (si veda “15”). È il regista con più fama, l’idolo dei ragazzi che filma: alla compostezza delle scene unisce la sur-realtà delle immagini: come in “881”, i titoli rimandando sempre a numeri «un giorno lo chiederò a uno psicanalista». Martyn SeeMartyn See (40 anni), con “Singapore Rebel”,  ha raccontato l’opposizione a Lee Kuan Yew. Il suo documentario è sulla figura di Chee Soon Juan, storico oppositore e politico. See è rimasto molto provato dall’arresto in seguito all’uscita del film, ma questo non gli impedisce di lavorare per la tv si Stato, organizzare il Freedom Festival di Taiwan. Il secondo doc è su Said Zahari altro oppositore, in prigione per 17 anni senza processo. «Immagino e sogno un paese che non conosco ancora». Jeremy SingJeremy Sing non solo ha girato cortometraggi, ma col suo blog “Sindieonly” fa un lavoro impensabile per i giornali di Singapore, coprendo e raccontando uscite di film, lavoro dei registi e recensendo le opere. E non perché non ci siano giornali, ma perché c’è un problema di libertà condizionata, i cui confini non li sa spiegare nemmeno Sing: «se scrivessi una recensione su un quotidiano non potrei dire quello che dico, sul blog posso, le interviste ai registi poi, sarebbero impensabili. La rete è ritenuta meno pericolosi della carta». Anthony ChenAnthony Chen (28 anni), che per ora ha girato solo corti, ma in alcuni: “Hotel 66” e “The Reunion Dinner” ha già dimostrato una bravura sia nelle immagini che nella costruzione di intrecci. Con “Ah Ma” ha dimostrato una empatia con la sofferenza di una anziana donna, tutto il film si regge intorno a una stanza d’ospedale sull’alternanza di letto, corridoio notturni e l’esplorazione dei caratteri dei membri della famiglia della donna. Un racconto generazionale fatto con delicatezza. Tan Pin PinTan Pin Pin (37 anni) con “Invisible City” ha raccontato la rapida trasformazione di Singapore, la sua febbre: «tutto è cominciato quando ho capito che la città di mia nonna non c’era più, ma non come si usa dire, no, davvero era sparita, liquefatta, e io non volevo che si perdessero anche le ultime testimonianze di quello che eravamo, serviva un documentario per dire: ci sono state altre persone, qui c’erano altre cose prima dei grattacieli». Liao JiekaiLiao Jiekai (27 anni), il regista più piccolo, che con “Red Dragonflies”, tre adolescenti che seguono il tragitto di un vecchio binario, ha cucito una città introspettiva a una oppressiva. Sembra “Stand by me” di Rob Reiner, ma senza cadavere, l’unico corpo è quello della città di Singapore, che appare distante, fredda, lontana, conservando pezzi del passato, come i vecchi binari, tra i giardini e i boschi. Il contrasto tra lo stupore dei ragazzi e l’indifferenza che ha tirato su i palazzi è il film. «Come gli altri ho studiato all’estero e sono tornato, siamo una cultura giovane che si è formata su altre culture, abbiamo bisogno di scavare molto, senza rimpianti».

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