Capistrano Beach

Nolan HallMi chiamo Roger Kegel, faccio tavole da surf, e no, non è un lavoro come un altro. Inseguo la perfezione, voglio che quando un ragazzo o una ragazza mettono in acqua le mie tavole, ci montano, cavalcando le onde, si sentano al sicuro, per quanto questa espressione possa reggere stando in acqua. Una tavola da surf non è una rosa – non so se potete capirmi – per il fatto che deve essere solida. E non basta. È una opera elementare, che va oltre la sua geometria, il cui disegno non può seguire le mode o idee vaghe e inconsistenti che chiamiamo innovazione, né essere offuscata da concetti diversi. Una tavola da surf è una scommessa e allo stesso tempo una vittoria, sempre, o non è una tavola da surf. È l’unica possibilità che hai, per questo deve persino avere una sensibilità, quella di chi la monta. Io non creo solo tavole ma costituisco affinità: tra essere umani e oggetto. Ogni giorno mi sveglio deciso a imporre questa affinità, lavoro sulla tavola e su chi la riceve, sì, faccio tavole solo su commissione, devo guardare in faccia chi monterà le mie tavole. E se la faccia non mi piace la tavola non la faccio, l’ho imparato da mio nonno che diceva: «ogni tavola da surf ha solo un paio di piedi, se non sono i suoi è tutto inutile». Sì, ho aggiunto al motto di famiglia, un altro dettaglio. Io costruisco possibilità – di superare ogni tipo di onda – con il prezzo della tavola regalo anche il biglietto per un numero enorme di vittorie sopra onde. E quando saprò che questa eventualità non sarà più realizzabile, smetterò. Per pensare tavole da surf serve una mente capace di stare sopra gli oceani, in continui esercizio di marea, di dimenticare in maniera immediata e indolore gli sbagli e le cadute, perché se è vero che una tavola da surf è un progetto individuale, è anche vero che rappresenta un sogno collettivo, che comprende chi guarda dalla spiaggia la spossatezza di chi è travolto da un muro d’acqua. Le cadute hanno una solitudine fisica ma mai di sguardo. Non dimentico nulla, la mia natura è: «nessuno deve obiettarmi niente». Il resto lo sa l’oceano.

 

Photo by Nolan Hall

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