Il re bianco

Italian athlete Pietro Mennea crosses thA giocare col bianco si perde sempre, nell’atletica, tranne quando il bianco era Pietro Mennea. Che però era un bianco del sud, che veniva dai campi di grano della Puglia, dove sfidava le auto in corsa, e non ha mai avuto niente regalato. Era in una condizione nera, e di svantaggio. Ma il bianco si era mosso e aveva vinto. E persino ora che la durezza c’ha separato da lui, rimane nelle pietre la sua impresa oltre che nei modi di dire di chi sa andare veloce. Con l’anima nera, da blues, ne sentivi le scale di dolore, la vocazione alla sofferenza, il canto che percorreva la pista, mentre andava ti lasciava immaginare la radiografia delle rinunce, la mappa degli ostacoli superati, e le scarpe sfondate, per questo non abbiamo più avuto uno capace di stargli in scia. Senza strutture, senza tecnica, si era dovuto inventare tutto, era un pioniere, perché non basta correre, bisogna misurarsi, che è cosa diversa. E, poi, un bianco che si mette in modalità nera deve fare il doppio dello sforzo, per entrare nei tempi e nella fame, nei desideri e nelle forze, correndo il doppio. Mennea lo faceva, lo ha fatto tutta la vita. Le sue gambe bianche, il suo torace avvolto dalla canotta azzurra, il fascio di nervi sul collo, la sua testa alta di orgoglio che conosce il fango, la sua corsa senza guardare in faccia il natale, è stata tra due neri: Tommie Smith e  Michael Johnson, per diciassette lunghi anni. Un record nel record. Perché suo era il record mondiale dei 200 metri in 19″72. Una linea bianca di sudore e dolore, un viaggio da treno, che da Città del Messico (’79) lo ha portato in giro per il mondo, fino all’oro di Mosca (’80). Era un monaco che in molti volevano Bufalo Bill. Mai scomposto, a modo suo era arte in movimento, che non abbiamo saputo curare. Gli han fatto subito un monumento per non ascoltarlo. Con lui l’Italia sorpassò tutti, si mise in testa, e la cosa apparve così stupefacente che per anni ci siam passati le sue corse oltre il suo nome. Era uno che si vedeva lontano un miglio che era vincente, uno che si era costruito per trionfare, senza soldi, senza assistenza, uno che voleva guardare negli occhi la natura con la stessa forza di Sonny Liston, anche se aveva una mitezza che mancava al pugile. Mennea si allenò fino a diventare un solo grande muscolo, un cuore che andava sulle piste – era quella la sua imbattibilità – venendo da un paese che in pista ancora non ha imparato a stare, che non si è organizzato nonostante le sue invocazioni e le sue lotte. Uno che voleva dare un futuro agli altri, è il nostro Obama, e non c’entra la politica, ma il ruolo svolto, il salto fatto, la corsa consumata, a decretarne il profilo altissimo. Aveva una febbre che poi è quella che porta in cima, era disposto a perdere per questo ha vinto. Sapeva di partire da una condizione di svantaggio, per questo ha battuto gli altri che sembravano avere più corpo, non più anima. Per questo durerà. Lui, doveva correre, veniva giù naturale come pioggia, e andava, andava. Sta alla nostra atletica come Eric Clapton sta al blues, sapendo che il contesto è nero, che su tutti c’è Robert Johnson. Ma lui non ha fatto patti col diavolo, ma solo con se stesso. Una costante rinuncia in funzione della crescita delle prestazioni, una vita passata a combattere contro la sua natura di uomo bianco e contro i tempi dei neri. Tanto che Usain Bolt conosceva la sua impresa, e gli rese omaggio a Roma. Il nero più veloce del mondo, mostrò rispetto per il ragazzo italiano che tanti anni prima aveva fatto quello che nessuno si aspettava da un bianco: la luce tra due notti.

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4 thoughts on “Il re bianco

  1. francesco ha detto:

    Caro Marco,
    hai “semplicemente” e meravigliosamente descritto il mio mito e il mito di chi come me ha respirato la rossa terra delle piste e sognato di correre alla Sua maniera, cercando di “leggere” e nutrirsi della ferocia e rabbia determinante con cui ha demolito la fatica della velocità e il “nero” del dominio americano…
    Io, che ho avuto la fortuna di correre al suo fianco durante una sedua di allenamento, sono rimasto folgorato dalla sua semplice potenza umana di recordman, un mite… con tutti quelli che volevano farsi una foto o farsi regalare un autografo, un gentiluomo del Sud, un uomo leale nella vita e nello sport, ma letale guerriero in pista, mai domo.
    Penso proprio che quella foto con Pietro Mennea la metterò nel mio studio assieme a quella di Mies Van Der Rohhe e Sven Markelius.
    Ciao Pietro…e ..grazie Marco.

  2. Crescenzo Fabrizio ha detto:

    Bellissimo articolo: i campi di grano della Puglia elemento di un paesaggio più interiore che economico-produttivo. Grazie.

  3. literaid ha detto:

    Peccato che bisogna aspettare la morte per celebrare la vita di un grande, a volte… bellissimo articolo! Mary

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