L’alfabeto del fuoco

10365_66cm 003Vado cercando il fuoco non per me, figuriamoci, ma per i miei colori, un fuoco che sia allegria cartone macchina colonna vena acqua pane e piatto coperto, perché porca puttana le vie del gas non sono percorribili, e io me ne sto sul cornicione del mio palazzo a guardare sotto la città, sperando di trovare i fuochi, piccole luci per andare avanti, perché quando mi succede, oddio adesso sta succedendo spesso, io urlo, sì, sì urlo proprio, perché il fuoco non è cosa da poco, e non parlo di quello che posso accendere in un camino, in una stufa o che posso avere prendendo Ada, e piegandola sul davanzale spingendo dentro di lei, no, no, il fuoco che vado cercando ha i giorni contati e volendo anche la malizia non è fogliame che ammucchiato brucia, no, è se viene il vento da una prigione, ecco, ma prima in mezzo ci sono ortiche ed erbacce e quelle, sì, proprio quelle sono le mie giornate, e allora non urlo, no, ma aspetto, mi siedo, guardo intorno e aspetto ancora e dietro di me ci stanno il mio cavalletto e pure la tela o il cartone o un pezzo di legno assemblato, dipende da quello che mi sono immaginato, quello che manca, e che non arriva: è il fuoco, e senza quello tutto l’ambaradan, l’ammuina, insomma, non serve che ai lombrichi, mi manca il centro del paese, e io spesso sono solo una piazza vuota, ombrellone senza spiaggia, un fantasma senza armadio e una mano una sola, quando poi l’ho detto mille volte che è con due che dipingo, alternando, è così che riesco ad ottenere quello che i critici chiamano “pittura molecolare”, e quelle asimmetrie che c’erano dentro la serie dell’alfabeto dei fuochi, sì, sì, avrete capito, sono io, sono il pittore Mario Alifano, quello della lava schiaffata sulle tele, quello che vi mostra il calore che c’è nelle cose e le altre strunzate che avete letto, ma adesso sono due anni che non piscio colore, vengo qua, mi siedo sul davanzale e sento il fucile puntato alla testa, direttamente dal cielo, e no, no, non riesco a vedere il fuoco, si è stutato tutto e non si accende, ho provato persino a guardami il festival di Sanremo di Fabio Fazio ma niente da fare, c’ho visto le zanzare, ma di fuoco manco a parlarne, perché ormai lo sanno tutti che distinguo la gente tra: appicciati e stutati, tutto tutto: cristiani, femmine e paesaggi, palazzi, machine e basiliche: o tengono il fuoco o non tengono niente. Mi sono fatto i vulcani di mezzo mondo, i deserti dell’altra metà, macché, pure le Madonne pittate con i piedi da quelli che non tengono le mani, e sapete dove l’ho visto l’ultimo fuoco? Fuoco mò, fuocherello: in una pattinatrice sul ghiaccio. Adesso va bene come diceva mia madre quando pioveva per giorni: «Che nemmeno il tempo di vuole bene, e va bene che sono freddi i nasi dei cani, le mani dei barbieri e i culi delle donne», ma possibile che l’ultimo fuoco io l’abbia visto in una che ballava su una pista di ghiaccio? E gridavo alla tv: «vieni fuori da lì, vieni fuori, cazzo», e ridevo, e non mi vergogno a dire che ci sono stato bene per mesi, perché a vederlo il fuoco anche solo alla tv che pazzea sul ghiaccio e mi riesce pure di imprigionarlo, con quattro segni, come se fossi un essere supremo, io ci sto bene, e se non mi capite non ci posso fare niente. Se siete di quelli che non capiscono perché si faccia una statua d’oro del piede sinistro di Lionel Messi, è inutile che perdiamo tempo, come diceva sempre il mio amico Henry Stecca:  «Non si prende a schiaffi un uomo mentre mastica il tabacco». Ci siamo capiti?  E pensare che ci son stati giorni che erano troppi, dico proprio troppi fuochi andare, tanto che non gli stavo dietro, una marea di fuochi che mi si accendevano intorno, incendi su incendi come se fosse sangue: luci che spuntavano, e mi toccava l’imbarazzo della scelta, in poco dovevo tagliare come un tennista e rincorrere, battere di continuo, e sperare di finire, che certe volte anche solo a pensarci mi prende una paura che adesso è rabbia, perché a me il fuoco, proprio mi saltava addosso e io con molta foga lo rimettevo nei colori, facevo da tramite, ero un trasmettitore di calore, stavo con le finestre aperte e gli occhi accesi, e sentivo tutto cantare e no, non erano i vicini, no, ma c’era un che di allora che non so spiegare e quello che non so spiegare, tutto quello che proprio non riesco a dire: è nei quadri a volerlo vedere. Per questo non volevo figli e non ne ho avuti, avevo i fuochi, troppi, tuttintorno, e a chi mi dava torto rispondevo con: «Vedrai», a chi mi diceva: «Troppo acceso», dicevo: «Un giorno capirai», e quando mi venivano intorno le donne lo sapevano che sì, va bene, ma dopo era sempre il fuoco che cercavo, quello che era più lontano e che ad andarlo a prendere capivi il senso o anche no, ma intanto andavo, che alla sera non ci vedevo più, figurarsi che protestavo se accendevano anche solo un fiammifero, era troppo, dopo un giorno di fuochi, perché a saperli vedere i fuochi, quelli veri, sono i musi delle vacche la loro tonda precisione di piccole curvature d’ombre semplici, e il fatto che producano latte è un inganno, quello di un cane che non abbaia, e l’acqua di giugno, intesa come pioggia, le cosce della Sharapova quando corre lungo linea, e anche un Campari alle nove, una farmacia di notte, sì, sì, anche le giostre, ma quelle isolate, fuori paese con le luci fioche, e ovvio le altalene sono sempre state fuochi, nemmeno a dirlo, che poi ognuno c’ha i suoi ad avere occhi per vederli, e spalle larghe per sopportarne il peso, avanti e indietro, ecco quello che faccio, e aspetto, con una giacca lisa sono andato anche a Foggia nel far west del deserto coltivato a pomodori, e non ci sono uccelli ma solo vento in sala, e salse che verranno: fuochi cucinati su palcoscenici migliori senza rassegne stampa né conferenze, e i fuochi, i fuochi, i fuochi, andavano giù a imbuto si depositavano nello stomaco, dati acquisiti, pensavo bastasse, invece, quando ho abbassato la testa non c’era niente, tutto andato, manco la cenere, e poi vetri rotti, un fracasso, che mi sono pure chiesto: «Ma adesso?» Ho asciugato lacrime col braccio, e c’ho provato a rimettere in ordine, a buttare giù le cose ma niente, senza fuochi non aveva senso, non mi entravano le scarpe, delle donne guardavo le collane anche quando mi stavano addosso con la testa tirata tutta indietro, datemi retta sono ad un punto dove è meglio non arrivarci e non perché sto seduto sul cornicione del mio palazzo ma perché dietro ho meno cose del vuoto che mi sta davanti, mi sento un’ernia strozzata, che poi non saprei manco disegnare ma credo che renda l’assenza dei fuochi, manco un fiammifero, una scatola di svedesi, che vorrei sapere solo quanti me ne spettano ancora, e se c’è un bonus, vorrei che il contabile dei fuochi mi dicesse la verità, se me ne toccano ancora oppure no, perché se non ne ho più diritto, nonostante abbia provato a cercarli, allora basta dirlo e io salto, ci penso a questa cosa grossa che è saltare da quassù, ho proprio voglia di buttarmi, anche se so che mi mancheranno persino le formiche, sono fatto così, mi piacciono i dettagli.

 

Photo of Stanley Kubrick

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One thought on “L’alfabeto del fuoco

  1. ming ha detto:

    non si prende a schiaffi un uomo e basta

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