Corpo Celeste

volonte-01Un pazzo con mille voci dentro. Sguardo malinconico, zigomi alti, corpo greco. Estremo, testardo, libero. Gian Maria Volonté, attore schizofrenico, un pendolo fra storia e coscienza italiana, disposto a saltare da un capo all’altro dell’animo umano, a destreggiarsi, confrontarsi, calarsi in personaggi meravigliosi, dubbi, eccentrici, miseri. Maestro e ribelle. Capo e cane sciolto. Camaleontico sullo schermo, cocciuto, fermo sostenitore della sinistra nella realtà. Mettendo in fila i suoi personaggi si potrebbe tratteggiare una diversa storia d’Italia, vista attraverso l’interiorità del nostro carattere. Ha saputo scegliere e mettere a nudo –  portandolo sullo schermo –  il meglio e il peggio del nostro animo, quello espresso da una minoranza schizzata verso i poli dell’eccelso e del male: prendete i due Moro, quello sciasciano – una maschera del potere – in “Todo modo” di Elio Petri e quello del sequestro ne “Il caso Moro” – statista, vittima, grande uomo, delicato e spirituale – di Giuseppe Ferrara. Oppure il Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli” di Francesco Rosi, con il quale crea una spaventosa somiglianza ideale, quasi andando a coprire il vero volto, il vero corpo dello scrittore, restituendoci un doppio personaggio: con lo spessore dell’intellettuale che svela il sud e le ragioni del suo disagio e l’aggiunta della sua ribellione, del suo viso, del Volonté e del carico di lotte che si porta dietro; la sua vita reale finisce con l’arricchire la poesia e la denuncia del libro, e poi pensate al Lucky Luciano – sempre di Rosi – emblema del malvagio, al quale lui conferisce un ghigno sinistro che spaventa; vela lo sguardo con occhiali scuri, si pettina diversamente e tac, il gioco è fatto, tanto che quando una amante del vero boss si reca sul set e lo vede, dice al regista Rosi: «è isso», è lui, eppure è la stessa faccia che si era sostituita al medico, scrittore e pittore antifascista Carlo Levi, è la stessa che sarà il coraggioso Mattei e il povero Vanzetti. In questi salti dal bene al male, c’è Gian Maria Volonté. Sì, certo il cinema è finzione, ma quanti sono stati capaci di simili prove? Quanti hanno avuto la stessa bravura nel mostrarsi malvagi ed eroici? Quanti hanno avuto la sua sincerità? E soprattutto quanti, dopo, hanno seguitato a lavorare in Italia? Volonté ha chiuso la sua carriera lavorando all’estero, qui non c’era posto per lui. È morto a Florina in Grecia nel dicembre del 1994 sul set de “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos. Prima aveva girato a Cuba il “Tiranno Banderas” di José Luis Garcia Sànchez. L’ultimo film in Italia lo aveva visto nei panni di un vecchio professore ne “Una storia semplice” di Emidio Greco, tratto dall’ultimo romanzo di Leonardo Sciascia. All’estero aveva girato diversi film da “L’oeuvre au noir” di André Delvaux a  “Mort de Mario Ricci” di Claude Goretta, andando in dietro fino a “Vent d’Est” di Jean-Luc Godard. Ha consumato il suo ultimo giorno a bere e cantare da solo, sul retro di un pullman che portava la troupe a Florina, passando per Skopje  i suoi occhi hanno visto la guerra bosniaca, genocidi e indifferenza, hanno visto esplodere le contraddizioni balcaniche tenute insieme dal comunismo del maresciallo Tito, hanno visto i bambini vagare fra le macerie e la neve coprire i massacri. È morto con la disperazione di aver visto dissolversi i suoi ideali di pace e giustizia, come Alex Langer, mai avrebbe pensato alla riproposizione di una guerra nel cuore d’Europa, etnica, poi, figurarsi. Ha trascorso il tempo del suo ultimo viaggio «cantando le canzoni della sinistra italiana, tutte, da avanti popolo bandiera rossa in giù» disse Angelopoulos, un modo per passare in rassegna la sua vita, le sue lotte, i suoi ricordi, il suo essere stato un attore diverso, impegnato, un anarchico inventivo sul set e nella vita politica, uno scomodo volto disposto a scendere in piazza, si trattasse dei diritti della categoria: come nei primi anni settanta per la questione voce-volto, cioè stesso attore stessa voce (adesso sembra una sciocchezza ma allora non lo era, e tutti anche i migliori erano doppiati) o per gli altri: sfrattati, operai, studenti, era sempre pronto ad estendere i presidi, le proteste, sfruttando la notorietà come diretta estensione di una fratellanza d’ideali. Uomo complesso, aspro, dolce, irruente, timido, radicale, riservato, ha avuto drammi familiari, amori difficili e una brutta malattia, ma non ha mai smesso di affascinare, non ha mai smesso di interessarsi al mondo, agli altri. Meticoloso amanuense nel suo lavoro, ricopiava le sue parti, incideva sui copioni, riscriveva; i fratelli Taviani – con i quali ha girato due film – hanno parlato di lui come un “autore-attore”. Consigliava, improvvisava, aggiungeva, toglieva e litigava spesso con i registi, memorabili le sue zuffe con Elio Petri, con lui, però, ha girato quattro film, due dei quali oltre ad essere dei capolavori sono indimenticabili pellicole, entrate a far parte della memoria collettiva: “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (che ora torna a cinema) e “La classe operaia va in paradiso”. Ha fatto di più (cinque film) solo Francesco Rosi che di sicuro è fra i pochi ad aver compreso appieno il talento di Gian Maria Volonté, lo ha incoraggiato, ascoltato e usato al meglio. In ogni suo ruolo non è mai stato banale, ogni sua prova non è mai stata inutile o solo per fare, chi non lo ha visto, chi non ha assistito a questa lunga lezione di come si possa essere un principe libero e un grande attore si è perso l’unico, lucido, tenebroso: Aureliano Buendìa del nostro cinema. Ha bordeggiato la sinistra extraparlamentare, Oreste Scalzone, si è messo in salvo dai tormenti della memoria, e grazie a lui è scappato in Francia, e pare che sia anche stato il maestro di vela di Cesare Battisti. In comune con i due c’era il mare, la sua barca e l’isola della Maddalena in Sardegna, dove è sepolto, all’ombra di un albero, in un piccolo cimitero di garibaldini, marinai e pescatori. La sua è stata una lunga carriera cominciata per strada e proseguita nei teatri di provincia, dove ha fatto di tutto, i suoi inizi e la sua formazione prima dell’accademia nazionale d’arte drammatica si devono ad Alfredo De Sanctis, custode della tradizione teatrale italiana. In tv esordisce nel 1957 con la “Foresta Pietrificata” di Francesco Enriquez, ma il successo lo ottiene con “L’idiota”(1959), al fianco di Giorgio Albertazzi. Per loro si scomoda persino Luchino Visconti, coprendoli di elogi. Volonté è un incontenibile Parfen Rogozin, quasi un contestatore pre-sessantottino, sarà il primo di molti personaggi contaminati da “sospetti d’attualità” come li definirà Angelo Guglielmi. Poi il cinema, dalla commedia ai primi western di Sergio Leone, ci sono tutti i grandi sul suo cammino cinematografico, soprattutto quelli meno inclini al cinema di passerella, leggero. Inutile farne l’elenco, meglio rilevare le coincidenze: il suo ultimo lavoro teatrale (con esiti controversi) passava per un testo di Arthur Schnitzler (“Il girotondo”) come è accaduto a Stanley Kubrick. E poi la felice rappresentazione della letteratura sciasciana sullo schermo (come nessun altro) dove si sono intrecciate le storie di due uomini che mai hanno fatto tacere la propria coscienza. È mancato un film con Pierpaolo Pasolini (che era in programma e passava per Adriano Sofri). Volonté sognava un Don Chisciotte con Paolo Villaggio a fargli da Sancho Panza, non ha fatto in tempo. Ci dovremo accontentare delle camminate nelle livide albe invernali che portavano in fabbrica Lulù Massa, quando la classe operaia andava in paradiso.

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2 thoughts on “Corpo Celeste

  1. […] fretta e senza metterla giù pesante. E non è un caso che il mio scrittore italiano preferito sia Gian Maria Volonté. Sono un pazzo con mille voci dentro. Perché scrivere è la capacità di farsi altro da sé o non […]

  2. […] fretta e senza metterla giù pesante. E non è un caso che il mio scrittore italiano preferito sia Gian Maria Volonté. Sono un pazzo con mille voci dentro. Perché scrivere è la capacità di farsi altro da sé o non […]

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