Efisia

e-andres-barba01-460_pixRisulta peraltro evidente – quasi a tutti – che aumentando l’aria a disposizione uno può nascondersi con maggiore possibilità, quindi oltre a far perdere tracce di sé può – con un adeguato contegno – usufruire di una libertà motoria che è quasi, e dico quasi, assoluta. Per questo, ad Efisia, il recupero è totale, dico dei convalescenti di mesaterioma composto o biteliare, e la mole apparente: alla base del corretto funzionamento di respirazione, viene consumata dall’aria efisea, e ridotta a granello, per poi essere espulso con un colpo di tosse. Tutto questo processo, però, richiede l’esercizio dello stroppaggio, tutte le mattine, eseguendo la manovra di Chakay. A volte intere famiglie colanti (come quella ritratta) devono essere sottoposte al processo, prima di sradicamento e poi di cura. E anche se ormai la pratica è universalmente riconosciuta, c’è ancora chi si oppone, creando al governo Messonico, non pochi problemi. A tradirli è la tosse, che permette l’individuazione dei soggetti, seguendo gli episodi di tosse pregressa si risale ai corpi e poi alle famiglie, e si adotta la procedura Perkins: se non catturati in tempo i soggetti diventano fossili, e poi ombre meridionali. Tutto ha origine dal calore interno che conduce all’essiccazione, consumando organo dopo organo – come barbari con le case di un villaggio – fino alla scintilla conclusiva. La ramificazione mesaterica è tremendamente complessa, e solo dopo anni il dottor Marcus ne è venuto a capo, riuscendo a rendere mappabile il processo evolutivo. Solo irrigando in tempo i canali ostruiti, le barriere dette “celesti” (non per via degli astri ma per la colorazione che assumono) vengono rimosse, e quindi si evita la copulazione venerea (comporta gonfiore agli occhi, dita di piedi e mani e senso di vuoto). Annientate le “barriere celesti”, va ricostruito il tessuto cellulare con la cura top-down, fino alla ricucitura totale. Il resto è affidato ai luoghi di Efisia, e ai suoi cieli perturbati da masse di nuvole nere spinte da venti imperanti e caldi.

 

Photo of Virxilio Vieitez

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