The right time

Statua-di-FergusonNon ha stravolto il calcio, l’ha rassicurato, vincendo. Diventerà ogni giorno più vecchio ma non sui campi di pallone. Alex Ferguson, 71 anni di cui 27 passati ad allenare il Manchester United, annuncia il suo ritiro. «It’s the right time to go», è il momento giusto per andare. E se è vero che è sempre difficile tornare a casa, nel suo caso appariva impossibile: che la sua squadra giocasse senza il suo sguardo e la sua tattica, che i tifosi non guardassero a lui come a San Pietro si guarda al Papa. Monumento di se stesso, costruito giorno dopo giorno, vittoria dopo vittoria, silenzio stampa dietro silenzio stampa (chiedete alla BBC che ha dovuto aspettare 7 anni prima di risentire la sua voce). Ferguson c’era sempre, come l’Old Trafford (dove c’è una sua statua): passavano Mourinho e Wenger, Hiddink, Drogba e Beckham, lui no, rimaneva e spesso vinceva, era la scena fissa della Premier League. Scozzese, figlio di un operaio al cantiere navale di Glasgow che prima aveva giocato a calcio  nel Glentoran. Cattivo scolaro, attaccante abituato ai giorni di pioggia e alle sconfitte. È stato un giocatore normale e un allenatore straordinario (unica impresa non riuscita la guida della nazionale scozzese). Ha dilatato il tempo calcistico, quello dettato dai presidenti e delle statistiche, mostrando a tutti che le stagioni vanno proprio come la vita: non basta avere tutto, può anche succedere di non segnare, di sbagliare acquisti o di prenderla alla leggera, sottovalutando gli avversari. Ma si può sempre recuperare. Ha avuto ragione un tale numero di volte che ha smesso di farlo notare: su calciatori, allenatori, squadre e stagioni. È stato un vero grande patriarca, incuteva rispetto ai calciatori e agli allenatori avversarsi, batterlo – anche in amichevole – era un vanto da passare, perdere per mano sua: un onore e se meritavi, ti capitava anche una bottiglia di vino d’annata in omaggio, diventavi il suo scalpo, ma senza essere umiliato,  e ci bevevi su. Ruvido, intrattabile, un vero Master and Commander, capace di solcare qualunque mare o difesa, traslato dai campi di battaglia a quelli di pallone. Ha costruito una portaerei da temere sempre: in buona e cattiva sorte, ha dato e ricevuto, conservando la stessa faccia, quella del padre e della guida. Chiedete a Giggs a Rooney a Cantona o a  Scholes 52B53F16505A12505685FF8FBACB9che cosa significava voltarsi sulla fascia e trovarlo. Scoprirete il vero Ferguson, lo stesso capace di calciare uno scarpino e mandarlo sul viso del volto più cool del calcio mondiale: quello di David Beckham, di fare scenate assurde, eppure di conservare lo stesso immutato rispetto. Difficile non è vincere ma avere stile, in questo è stato un vero campione, di quelli che sanno come piegare l’avversario, in modo pulito. «Ci ho pensato a lungo e questa decisione non l’ho presa alla leggera», dice del suo addio. Non c’è nessuna allusione alla stanchezza o al calcio che cambia, solo ringraziamenti, deve tutto al Manchester, e lo sa, lì ha trovato la sua casa, trasformandola in un grattacielo. Il suo addio è secondo solo a quello di Benedetto XVI, avesse voluto, poteva davvero rimanere a vita, nessuno si sarebbe lamentato. Ha attraversato i tunnel e gli spogliatoi come se non ci fosse crepuscolo né abitudine, sempre con una grinta enorme. Certo un paio di volte aveva detto ad alta voce che sì, stata pensando proprio di lasciare, ma stiamo parlando di un decennio fa. Tutto il suo percorso sembra – al rallenty e con molto aplomb – la descrizione del dribbling  scritta da Jorge Valdano: «fai finta di andare, non vai, poi vai». Lui ha fatto finta di andare mentre vinceva, non è andato: continuando a vincere, poi è andato: dopo aver vinto ancora un po’. Il ritiro non taglierà via la sua appartenenza al calcio, rimarrà come i tarocchi sul tavolo di una chiromante, sarà indubitabile tornarci, col pensiero come con l’esempio, per benefici o sconcerti futuri. E, se ha smesso di appartenere al calcio giocato, non smetterà di appartenere alle verità indiscutibili: come il mese d’Ottobre, l’Aspirina, Maradona e Guernica. Resterà, malgrado le mode, il tempo e la demografia.

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One thought on “The right time

  1. […] della Reggina – tra l’altro era stato per mezza stagione il portiere del Manchester United di Alex Ferguson –  segnò contro l’Udinese, sempre su calcio d’angolo, curiosamente procurato da un suo […]

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