Triste come Pelé

pele1Ha indossato la maglietta del Brasile e ha detto: «Brasiliani! Scurdammoce ‘o presente». Lotte, proteste, poveri, rincari. Se in campo c’era un Pelé imprendibile, fuori c’è sempre stato un Pelé prevedibilissimo, mai di lotta sempre di governo, griffato Fifa. Il calciatore è sicuramente un mito, si è fatto prima campione quindi Rei per i messicani e regina d’Inghilterra per Venditti, dio a termine per il “Sunday Times”, poi icona, film, neologismo, ministro, infine banalità. Che è sempre immorale e imperdonabile. Anche questa volta, con le città brasiliane in agitazione, a differenza di Romario e persino del Pokemon Neymar, che – in maniera differente – hanno aderito, partecipato, alle proteste, lui no, anche questa volta si è fatto portavoce di una pacificazione democraticocristianobelohorizontiana: «Smettiamola di protestare, c’è la Confederations Cup, tifiamo insieme, poi si vedrà». È un Pelé tirato a lucido che come Sofia Loren non invecchia, e non stupisce, talmente ecumenico che i giovani brasiliani hanno preso le immagini  del video trasmesso da  tv Globo e Sport Tv e le hanno doppiate cambiando in loro favore il messaggio, così – anche se taroccato – per la prima volta c’è stato un Pelé di lotta. In questo passaggio c’è tutta la perdita di fantasia del grande calciatore, ancora una volta si è giocato la possibilità di fare il Maradona, ancora una volta ha mancato il cross della realtà, ancora una volta sta segnando nella squadra sbagliata. Pelé ha sempre inseguito la vittoria, perché come disse: «Nella vita il pareggio non esiste». E per lui la sconfitta è la linea di fondo, quella da non varcare mai, la zona da non frequentare. Ha scelto Havelange, Blatter, che non giocano: decidono chi vince, in una logica economica. Avesse mai fatto come Maradona che, invece, mette in porta tutti i cross che gli vengono dalle parti sbagliate: Castro, Chávez, droga, sesso, alcol. L’abbiamo visto piangere ma non l’abbiam mai visto difendere la Fifa, l’abbiam visto sconfitto ma mai scegliere un potere al posto del popolo. Tra i due, il nero, è Maradona. Pelé vive di sincronismi con l’ufficialità, che sia il governo del Brasile, quello del Pallone o quello del mondo, come i presidenti Usa che frequenta. Maradona si muove in una eterna asincronia col mondo. Pelé è il povero che non vuole ricordarlo, che si è costruito l’impero ed ha il terrore di perderlo. Maradona è quello che non ha mai perso la puzza della strada come il De Niro di “C’era una volta in America”, e non vuole perderla affatto, anzi, più avanza nel tempo più ne va fiero, è una maturazione postuma del Bronx, ora che anche quello è un posto per fighetti. Pelé non può andarci in strada perché a furia di girare i palazzi e gli alberghi di lusso ha perso non solo la lingua di strada ma ha maturato la paura di chi sta sempre in alto e non misura più le piccole cose. Ma quello che separa – veramente – i due, e divide anche il resto degli uomini: è che Pelé non si è mai messo in gioco, Maradona vive proprio giocando, ne ha un bisogno fisico. Pelé vive cancellando-si, è il Michael Jackson del pallone, al posto della pelle rinnega la realtà (delle piazze brasiliane). Una esistenza da Las Vegas di Palazzo, senza mai perdere.

[uscito ieri su Il Mattino]

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