Tyson corner

IMG00417-20101101-1554Brutto, sporco, cattivo e implorante. Sì, anche Mike Tyson è capace di chiedere aiuto, e dopo essere andato al massimo vuole una mano per rientrare nella normalità. Chiede di essere portato in spiaggia, basta onde, basta surf tra un eccesso e l’altro, basta tutto: spettacolo e rabbia, amore e odio. «Io voglio vivere la mia vita sobria. Io non voglio morire. Sono sul punto di morire, perché sono un alcolista», questo il racconto dell’ex campione dei pesi massimi al programma della Espn Friday Night Fights. «Sono un cattivo ragazzo a volte. Ho fatto un sacco di cose cattive e voglio essere perdonato. Voglio cambiare la mia vita, ora voglio vivere una vita diversa». E poi scopre le sue carte, e fa tenerezza sentire da un uomo come lui, in conferenza stampa, una dichiarazione da bimbo: «In sei giorni non ho bevuto o preso droghe e per me questo è un miracolo. Non farò più uso di sostanze». All’America piace chi sa raccontare le proprie colpe, piace la sincerità dell’ammissione, più grande è l’errore più forte la dichiarazione dello sbaglio maggiore l’abbraccio che ne verrà. Non chiederti che cosa può fare un pugile per il tuo paese, ma chiediti che cosa puoi fare per il miglior pugile del tuo paese. Tyson lo sa che senza disciplina non c’è morale, e deve davvero stare molto male, perché è uno abituato agli angoli, al dolore e alla solitudine. La sua era stata una infanzia da tetto, poi ha avuto una vita da ring. Se se stava in cima al Bronx a parlare con i piccioni, e non erano giornate di profumi e primavere, ma di freddo e smog, eppure era felice tanto che non sentiva la fame. Almeno fino a quando non veniva giù. Era il suo rifugio, e i piccioni erano la sua possibilità. Non immaginava ancora quello che sarebbe diventato, stava per prendere a pugni tutto quello che gli si muoveva davanti, e quando ha cominciato anche a morderlo ha capito che era finita. Finita quella parte, ne ha provate altre ma gli stavano strette. Tyson ha spalle larghe, tanto da sopportare il carcere e la morte di un figlio, diversi tribunali, e una marea di giornalisti, di perdere l’orientamento e mettersi a ballare, rimanendo sempre il ragazzo del tetto, quello che saliva sul palazzo e passava la giornata in mezzo ai colombi. Tyson conosce la forza distruttiva del successo, ha conosciuto persino l’amore di donne uniche: talmente belle da essere dispari, ma non è riuscito ad imparare l’avanzare rettilineo che si chiede a un atleta. No, non è mai stato fermo, piccoli movimenti: tutti dannosi, anche perché a muovere la sua massa corporea era la rabbia, e quando colpiva – e l’ha fatto con precisione –, i suoi pugni avevano la forza distruttiva dei tir negli incidenti stradali. Lui che conosceva i ritmi di lavoro dei netturbini, come le rotte degli aerei che gli passavano sulla testa, che conosceva la violenza delle strade del suo quartiere e la lingua di chi cantava quelle storie, che cercava poche regole e chiare: prima sul ring poi in una religione, che non si è mai trattenuto e ne ha pagato le conseguenze – e dopo si è sforzato di comprenderne le cognizioni tecniche superiori – non è riuscito ad accettare la morte dei sui piccioni. Convinto come era che gli uccelli non vengono sporcati dalla durezza della vita, perché possono passarci sopra, volando. Invece ai pugili, una volta scesi dal ring tocca chiedere aiuto, gridando alla tv che si sta in alto, in bilico, niente tetto ma burrone: «venite a prendermi perché non so più tornare».

 

[uscito sul Mattino]

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