Venticinque metri e un dente rotto

timthumbVenticinque metri e un dente rotto, è questa la distanza che separa Frattamaggiore da Fuorigrotta passando per Dortmund. Tra il piede destro di Lorenzo Insigne e il sorriso triste di Mitch Langerak, portiere del Borussia, c’è una barriera che è mondo complesso e distante: condensato in quattro uomini, e scavalcata in una manciata di secondi. Tiro, traversa, gol. Il pallone è un animale viaggiante che prende traiettorie fantastiche quando trova piedi nobili capaci di dargli parabole perfette. La punizione calciata da Lorenzo Insigne ha una dimensione simbolica, non è solo il primo gol di un napoletano in Champions League, non è solo l’iscrizione a un club diarchico del gesto che governa i ricordi e i cuori dei napoletani che va da Diego Armando Maradona a Gianfranco Zola, non è solo la definitiva conferma che di calciatori ne allevano più la spiaggia e la strada che i campi di calcio, è il ristabilimento di un parametro sentimentale con ragioni geometriche. Insigne ha trasformato un tiro in una possibilità, ha fatto di una punizione una dichiarazione, che ha una perfezione da laboratorio: poi magari la studieranno (come i rigori) alla Columbia, è la dimostrazione lampante di un talento enorme che sa come si compongono le cose, mostrando il mistero dei suoi poteri, la mole della sua fantasia. Perché metterla sopra la barriera è facile ma infilarla nell’angolo sotto la traversa con la sponda complice di questa: è prodigio, e prima guardare veloce in porta, poi di lato, mentre ti piove addosso, sapendo che il traguardo è lì, oltre quei cinque uomini: quattro in barriera uno in porta, il tuo destro come misura di tutto. Per questo ha fatto bene a scavalcare i cartelloni pubblicitari del San Paolo (altra barriera) e a correre sotto la curva togliendosi la maglia, perché in quella punizione – che tutti ricorderanno – c’è il percorso calcistico di un ragazzo e con lui di un mondo, fino ad ora sconosciuto in Europa, passato solo per gli occhi di Prandelli e prima ancora ripulito e messo in campo dall’unico vero formatore di uomini e poi di calciatori che si chiama Zdeněk Zeman. Se non guardiamo dietro le spalle di Lorenzo Insigne – uno che va di corsa più degli altri – non capiamo come si arriva a calciare una punizione come la sua. Che non è solo perfezione, imprendibile per Mitch Langerak, portiere australiano del Borussia, che si rompe un dente (come da foto su Instagram) nel tentativo di pararla, è determinazione. Una determinazione che è fatta di panchine tristi nel parco Mazzarri, del rapido Napoli-Pescara preso con il cuore in disparte, l’anima che non vuole partire senza la maglia del Napoli e gli occhi dietro la testa. Perché tutta la storia di Insigne è una storia di barriere e misure, vinte, piegate, oltre l’apparenza. Fin dal primo torneo a Grumo Nevano, dove non lo volevano in campo perché troppo basso, c’era una barriera di diffidenza intorno, ma il piccoletto si mise a palleggiare per cinque minuti di seguito e misurò il loro stupore, scavalcò la loro banalità, i loro parametri da geometri. Ha sempre avuto barriere davanti Insigne, da casa sua alla città ne mancava di strada, ce ne erano di barriere, lui guardava Alex Del Piero, riceveva le scarpe di Ronaldo in regalo, ma oltre il muro della sua stanza c’era la squadra di Maradona. Poi, però, c’era la provincia a ristabilire priorità. A rimettergli in tasca le ambizioni. Ma per capire la vera barriera che ha superato, bisognava aver letto la targhetta di ottone sulla porta di casa, col cognome sbagliato (“Insigna”) e immaginare come le apparenze non abbiano contato molto, e nemmeno i titoli, ma sia stata una vita di concretezza, e a sentire la giustificazione del padre si capisce la disciplina del ragazzo: «L’aveva fatta fare mio suocero, la sbagliarono e lui non sapeva leggere. L’ho lasciata per rispetto». È per rispetto che Insigne continua ad andare al mercato alla bancarella di famiglia anche se gioca in primavera. È per rispetto che sa aspettare, che sa stare in disparte e magari rimane a sbagliare, perché il trucco è tutto in quello che raccontava Michael Jordan: «Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto». Bisogna fallire a lungo per scavalcare la barriera che si ha davanti, quante ne ha viste Insigne in questi anni, quanti tiri a scavalcare ha provato, su campi che non erano Champions, tutte quelle barriere che nella partita contro il Borussia Dortmund, al ventiduesimo del secondo tempo, diventano una sola: l’ultima. Perché d’ora in avanti Insigne sarà un calciatore diverso, ora può solo smarrirsi, adesso la sua unica barriera è dentro di lui.

 

[uscito sul Mattino]

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2 thoughts on “Venticinque metri e un dente rotto

  1. Nik ha detto:

    bravo, emerge la misura di Insigne, che gli viene dalla sofferenza ma anche la consapevolezza di avere un tesoro inestimabile tra i piedi in tutti i sensi.
    Lui non vuole perderlo, vorrebbe esplodere ma si contiene perchè è consapevole che tutto questo si può perdere.
    In tutto questo si vede che il boemo ha piantato il suo seme in un terreno sicuramente già dissodato dalla famiglia.
    commento da napoletano

  2. […] del piacere, che allargano la vittoria su Mihajlovic. Era dalla punizione al Borussia Dortmund – costò un dente al portiere Mitch Langerak – che Lorenzo Insigne non riassumeva la sua essenza in un tiro:  spogliandolo dei tatuaggi che […]

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