Terremotossessione

12939967_my-broken-world-mostra-fotografica-di-francesca-cao-michela-palermo-1A guardare le macerie dei posti rasi al suolo da terremoti, sembra di  poter scorgere un inferno senza metodo. La natura, un arsenale sepolto che non ha riguardo per la morale. C’è chi davanti alle catastrofi naturali piange e grida, chi sta in silenzio, chi muore, e chi prova a trarne una lezione, negli anni ho visto molti uomini sopravvissuti al sisma e poi divorati da una febbre post sisma.

 ***

Ho incontrato la prima volta Mario Ventura il tredici dicembre del 1980, svettava nel gruppo di persone che gli stavano intorno, per stazza e voce, aveva una barba da profeta che non bastava a farlo uomo. In mezzo al cratere, tra morti, fango, macerie, e freddo, quella sera riuscì a parlare del rugby come solidarietà ed esempio. Rimasi colpito dalla sua reazione, era tra i pochi irpini non sopraffatti dal lutto, brillante, ricordo le sue parole che si affollavano fino a portarlo sullo stesso binario linguistico di Jannacci, con la differenza che quando il cantante scivolava in dialetto milanese, continuavo a stargli dietro, con Mario no, e dovevo chiedergli di ripetere. Ero arrivato con altri miei colleghi, mandati dall’Istituto di Oceanografia e Geologia, spinto dalla possibilità di fare esperienza, avevo accettato, in quegli anni mi sarei sobbarcato qualunque cosa. Ci avevano dato un gruppo di paesi a testa, tra i miei c’era Giano, e lì, quella sera conobbi Mario. Senza di lui, le mie analisi sarebbero state monche, la mia esperienza irpina sarebbe stata: burocrazia e sacrifici. Conosceva bene i luoghi del cratere, aveva una discreta istruzione e intuito che il sisma avrebbe cancellato in modo biblico la cultura di questa terra. Dopo una fase alterna con diverse perizie, alcune contestate altre meno, qualcuna come Calitri e Giano, mie, hanno salvato i paesi, evitando l’abbattimento e la ricostruzione in un sito diverso. Sono andato via, ora insegno, lui è rimasto, “Ad abbaiare” dice. E incolpa la mia scienza di guardare le viscere della terra come gli stregoni leggevano quelle degli animali per indovinare il futuro, ma senza passione. Col tempo ho imparato a parare i colpi del suo rancore. Mario si è laureato in Economia, ha preso un posto in Regione, ha militato con nostalgia del Pds dopo aver dubitato e bordeggiato il Pci, non è riuscito a diventare sindaco del suo paese, né consigliere provinciale, ma ha fondato un comitato che ha le redini della memoria del terremoto. Ha scritto tre libri, che sono andato a presentare sempre con maggiore imbarazzo. La nostra amicizia si è incrinata quando nel mondo e in Italia ci sono stati altri terremoti e il mio interesse si è dovuto spostare, ricevendo accuse di superficialità. Dopo due-tre requisitorie di questo genere, ho smesso di ascoltarlo. Ogni volta che sul mio cellulare compariva il suo nome avevo un rifiuto, non ne potevo più, quando il fastidio si è fatto normalità, ho capito che la nostra amicizia era compromessa, senza possibilità di recupero. Negli anni Mario aveva trasformato la generosità, il coinvolgimento, la curiosa voglia di capire la terra: prima in rabbia poi in ossessione del ricordo, infine in gelosia verso altri sismi. Un piccolo Aleksandr Solženicyn oppresso dal terremoto, con gli stessi errori del russo, che alla fine pur di dar ragione a se stesso ha sposato la causa di Putin. Scagliando su di me critiche assurde, rimproverandomi per colpe che non ho. Accecato dal dolore, non riusciva a capire quella che è una delle qualità migliori della mente umana, la possibilità di rimuovere senza dimenticare, di andare avanti dopo un trauma, una volta gli ho detto banalmente “è la vita che vuole e deve continuare”, ma lui aveva fatto del ricordo un motivo di esistenza: era nel film di Gianni Amelio, “La terra è fatta così”, era nel documentario della Wertmüller per la Rai, giovanissimo e profetico in linea con la sua immagine, aveva presieduto centinaia di convegni sull’argomento, era citato nei reportage dei maggiori giornali, aveva scritto tantissimi articoli come presidente del comitato, nell’immaginario collettivo era l’uomo della memoria, una persona normale poteva ritenersi soddisfatta. Il suo era un percorso di rispetto ma anche un caso raro di terremoto interiore: il sisma gli era entrato dentro, lo aveva distrutto, un bradisismo mentale che l’aveva divorato, fino a portarlo a essere geloso di quel dramma, dell’esperienza, a volerne il monopolio e anche il predominio sugli altri. Che poi non tutto quello che diceva era condivisibile, la sua analisi della ricostruzione aveva come summa: “Hanno allargato i nostri spazi, ma non la nostra mente”. Proseguiva con l’ovvio rimpianto della civiltà contadina ingoiata da quella post-industriale, ma per me quel passaggio era inevitabile, e il terremoto aveva solo accelerato il processo, altri territori non avevano subìto traumi eppure versavano nello stesso stato comatoso, con gli stessi difetti urbanistici e sociali, ma era impossibile avere ragione con lui. Al punto che il confronto di anni, era diventato un noioso monologo, e le mie riflessioni, la mia esperienza: risultavano inutili, perché lui non se ne perdeva uno, appena aveva notizia di un terremoto: partiva. E dopo un paio di giorni, ne sapeva più di Bertolaso, ed era pronto a raccontartelo, con una diagnosi che non poteva essere sovvertita ma solo ascoltata. L’Irpinia era il suo dato di raffronto, passavano gli anni e i terremoti, rimanevano sempre le stesse parole: i soccorsi in ritardo e la loro inadeguatezza, la mancanza di infrastrutture, e lo sperpero. Quando l’anno scorso mi ha chiamato, a un mese dalla ricorrenza, per invitarmi a Giano, la mia rabbia è stata come un mammut che si alza dopo anni e parte alla carica, gli ho detto cose terribili, a cominciare dalla critica al suo linguaggio anacronistico, passando per la nostalgia che è ammissibile solo in forma privata, e infine la mancanza di una solida cultura del territorio: se lui e tutti i dirigenti della sinistra dalla base alla cima invece di leggere Mao avessero letto i viaggiatori inglesi che hanno esaminato il sud Italia come degli anatomopatologi, se invece di leggere le interviste ai politici che parlavano di percentuali da superare avessero letto quello che scriveva Ernesto de Martino, oggi si avrebbe un governo e una conoscenza del territorio degni di questo nome e non lo stupore per i drammi. Se lui, come gli altri, non avesse battuto sempre sullo stesso tasto e sulla stessa storia, prendendosela con il governo, con le commissioni d’inchiesta e con i sindaci e mai con se stesso proprio come i reduci del Vietnam – che abbiamo visto al cinema – e che per ogni argomento tirano fuori la propria guerra e la propria sofferenza, non sarebbe stato uno sconfitto, uno “che abbaia”, come gli piaceva ripetere, ma un uomo politico capace di vedere la propria provincia ridotta a un grumo di grasso, uccisa dall’incuria. E, soprattutto, lui, aveva più colpe degli altri, perché si era trasformato da superstite in vittima, e quello era un percorso contronatura. Imperdonabile. Non basta riconoscere la morte, bisogna scontrarsi, e se si vince, non basta avere memoria di quel combattimento, bisogna anche pensare ad altro. Quest’anno non ha chiamato.

Foto di Michela Palermo 

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