True

_46940903_tysonAdesso che ha capito che bisogna lavorare su un giorno alla volta e non abbattere gli anni come se fossero nemici, Mike Tyson, ricomincia a vivere. Per raccontarlo, la prossima biografia sarà quella della vita tranquilla, in pace con se stesso e il mondo che gli sta intorno, questa, la prima, “True” (Piemme edizioni) scritta con il giornalista Larry Sloman, non è stata un picnic, e nemmeno un pranzo di gala ma un ascensore, per l’inferno, preso troppe volte. Pugni, donne, carceri, soldi, droga, alcol, tigri e auto, case e tanto dolore. Eppure è ancora qui, certo i segni se li porta in faccia, il suo tatuaggio maori è stinto, le cicatrici no, il resto lo dice la sua voce, partendo dalla condanna per stupro e andando a ritroso, i primi anni e furti, la strada, e lui topo di fogna che non sa nulla se non di prendere i soldi e scappare, gli unici momenti di serenità su un tetto con i colombi. Poi le prime prigioni, fino all’incontro col grande Cus D’Amato (che morì senza vederlo con la cintura di campione), per lui il primo vero padre, che un po’ con lo zen un po’ con l’ipnosi e soprattutto con una pazienza da Dalai Lama lo portò ad essere il più giovane campione dei pesi massimi, a venti anni, ma lo aveva già visto e annunciato la prima volta che s’incontrarono, e Tyson ne aveva quattordici di anni. Prima era stato Ali a impressionarlo, andò nel riformatorio di Spofford a presentare il suo film “Io sono il più grande” facendo decidere al piccolo teppista Mike, che sì, voleva essere come lui. Il libro ha una forza enorme perché spietato, non nasconde le sue bassezze, non si lascia dietro niente, è un di-svelamento, di cui Tyson aveva un enorme bisogno. E leggendo si possono sentire nelle pagine i colpi presi e dati, l’orgoglio dei suoi incontri rapidi, una boxe aggressiva, famelica, selvaggia, esteticamente perfetta: marea di colpi e avversario al tappeto, che il lettore sentirà addosso con le note di quello che c’era sopra e sotto il ring, nello spogliatoio e nella testa del pugile. Scoprendo che la sera dell’incontro contro Trevor Berbick uno che aveva all’angolo Angelo Dundee, salendo sul ring per presentarli, Ali – che era stato battuto nel suo ultimo incontro proprio da Berbick – sussurrò al giovane Tyson: «Spaccagli il culo per me», e così fece. Due riprese dopo era campione del mondo dei pesi massimi, la dedica tutta per Cus, con un ricordo persino per una frase di Lenin, amata dal vecchio: “La libertà è una cosa molto preziosa. Tanto preziosa che dovrebbe essere razionata”. Invece Tyson ne fece un uso incondizionato, se è vero che non c’erano avversari, macinò tutti quelli che ci provarono – dormendo con la cintura di campione come un bimbo col suo orsacchiotto –  è anche vero che respirò più vita di quanta ne potessero contenere i suoi polmoni. Finalmente tutta la sua fame aveva una tavola, e lui ci salì sopra e prese a ballarci. Era scomposto, persino nei momenti di dolcezza, ora sappiamo perché. Al pari di Agassi, Tyson ci ha svelato le sue debolezze, le enormi ferite della sua infanzia, stanze troppo strette e una grammatica della violenza che gli era entrata in testa prima delle parole (apprese in carcere). E lui deve lottare con una depressione da re, senza saper dare il nome al suo male, ma solo il rimedio chimico, nel libro c’è un lungo elenco – che sarebbe piaciuto a Montalban – dei medicinali assunti, al netto di droghe e alcol di cui ha abusato, per lui vale il teorema Maradona, è un miracolo che sia ancora qui tra noi, a raccontarla. Un discorso a parte merita Don King, è lui che trasforma Tyson da campione a icona, da pugile a leggenda, e senza nemmeno spiegare la bellezza e l’unicità dei suoi colpi, no, solo rendendo la belva un prodotto, la rabbia scomposta uno stile di vita, l’eccentricità una moda. C’è tanta roba, non è solo un libro, è tante cose tutte esagerate, mogli, amanti, ragazze di una ora sola, e la costante di rendere mansueto quello che mansueto non può essere. Come per gli uragani, bisogna solo aspettare che si dissolvano, così è stato per Tyson, ora lo sa anche lui, doveva consumarsi, sperperare energia e recuperarne, salire e scendere dall’inferno al paradiso, per finire a cercare di essere un uomo normale, un padre presente per i suoi otto figli con il rimpianto di aver perso Exodus, morta a quattro anni nel 2009 strozzandosi per sbaglio con una corda. Ora che Mike Tyson ha 47 anni e la prima vita consumata, che i suoi occhi sono corridoi di luci spente, che ha masticato e restituito orecchi, che ha la certezza di essere finito nei libri della storia della boxe, quelli che leggeva al riformatorio e che lo facevano sognare, e sa che sotto la foto con la cintura ci scriveranno i suoi KO: 44 in 58 incontri, può pensare a vivere. È stato un cattivo da film di Hollywood senza essere mai mediocre, perché nel mondo dei grandi si sbaglia da campioni. E l’arroganza – esibita, incamerata – gli servirà per battere la vita quotidiana, un giorno alla volta, ingrassando.

[uscito su Il Mattino]

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