Due vite libere

Walter-Bonatti-e-Rossana-Podestà-a-Courmayeur-nellestate-2010-Photo-Mirella-TenderiniÈ andato a scuola dalle aquile sulle Alpi ed ha conosciuto l’oceano guardando il Po per ore: con i sabbioni delle sponde a fare la parte dei grandi deserti. Così è nato Walter Bonatti. Il resto l’hanno fatto Salgari, Conan Doyle, Jack London, Melville, Defoe, Hemingway e Curwood. Lui voleva “solo” capire se era tutto vero quello di cui aveva letto, verificare se quei posti c’erano, e cosa si provava a vederli oltre le pagine, ed è andato, è partito, non ha più smesso. Prima in verticale poi in orizzontale. Sue giù per il mondo. È tutto in un armadio a cassetti, che Rossana Podestà ha aperto e trasformato in libro: “Walter Bonatti, Una vita libera. Immagini, Oggetti, e Memorie”, edito Rizzoli (pag. 336 euro 39), un atto di amore verso Walter Bonatti, verso se stessa e verso noi. Un documento bellissimo, che assumerà valore nel tempo, perché potete giurarci, fra decenni, le foto del libro, la faccia di Bonatti, l’eco delle sue imprese ci saranno ancora, ci saranno altri che rifaranno quei viaggi, maglie e poster come per Che Guevara, e si parlerà a lungo di lui, non solo per il K2 (che segna la svolta solitaria, dopo non vuole più nessuno che decida per lui, lo guidi, o peggio che gli mischi le carte), ma per come ha saputo vivere, per come ha saputo cercare, amare, sfidare la Natura. E a leggere come l’Italia l’ha lasciato morire, fa male, molto male. Lui che si era fatto cartolina del mondo, che lo aveva visto e raccontato: nel libro ci sono foto bellissime e impensabili, e c’è lui, c’è il suo corpo divenuto natura, che non stona mai, che è sempre perfettamente in agio che sia foresta o ghiacciaio. Portava con leggerezza il suo corpo in posti assurdi e ci metteva il sorriso, aveva una semplicità nel farsi parte della natura, un effetto statua, è come se fosse sempre stato lì, il mondo gli apparteneva, perché lui era una creatura dell’aria, come gli uccelli si poggiava per poco, il tempo di capire, vedere, verificare, e poi ripartiva. Non c’è una banalità una, nei suoi viaggi, non c’è mai il senso dell’inutile o peggio del falso, che è poi quello che sporca le imprese, e lui lo sapeva bene. Ha preso a fidarsi solo di Rossana Podestà, e a tirarsela dietro, a portarsela in giro e sulle rocce, quasi fosse un altro modo di amarla, e tutto questo amore si sente nella sua introduzione come nella cura del libro, nello svuotare i cassetti dell’armadio che contiene i posti più belli e assurdi del mondo, che solo a casa Bonatti poteva stare. Fosse stato americano, Walter Bonatti ora avremmo un film da Oscar, una serie tv, e anche vie e piazze e palazzi, invece è italiano, e come sempre noi non sappiamo riconoscere e ricordare i migliori (lo fanno nel libro Bocca e Buzzati). Per capire la sua grandezza bisogna guardare attentamente il suo rifugio di Dubino: molto Robinson Crusoè, i suoi scarponi: le modifiche fatte da lui, artigiano di uno sport che è modo di vivere, guardare i suoi martelli, il suo zaino, i suoi guanti di lana, la corda rossa, il caschetto che lo ha protetto da pietre di ogni dove, la fila di quaderni e la sua macchina da scrivere, una solitaria formica nera amazzonica inscatolata dopo un morso e nemmeno basta, bisogna leggere dei suoi ricordi per il Dru, il Monte Bianco, il Grand Capucin, il Cervino o di un viaggio in canoa sullo Yukon o della Patagonia (ora di tutti), e dell’Antartide ancora per pochi, bisogna capire che andava nonostante le infamie, che saliva per placarsi, che camminava per ri-trovarsi, che si è fatto mille volte allievo fino a che non si è sciolta la colpa che gli avevano lasciato addosso ma anche perché non era capace di starsene ad aspettare nulla. Bonatti era un filo di ferro, con un sorriso appena accennato e lo sguardo limpido, si è conservato fino all’ultimo, ha vissuto con il poco che bastava per partire, un viaggiatore leggero, disarmato, un esploratore vero. L’abbiamo avuto a portata di racconto e l’impressione sfogliando il libro è di non avergli dato lo spazio giusto, di non avergli detto grazie con forza, di non avergli fatto capire quanto grande era e quanto importante sarebbe stato per tutti, persino per quelli che le montagne le guardano da sotto o al massimo dagli aerei. Bonatti è un uomo diverso, di quelli che si scoprono andando, facendo, vivendo. Impara a scalare da solo, impara a fotografare da solo e poi a scrivere reportage, il suo è un conoscere se stesso sfidandosi, reinventandosi, mettendosi alla prova. Il libro in questo è un fantastico documento, come vediamo l’evoluzione degli indumenti e degli oggetti che lo accompagnano, allo stesso modo vediamo il suo farsi esperto di foto e parole, la sua crescita, una maturità che non gli fa perdere l’istinto né frena il suo aspetto selvaggio.

Questa è la recensione (uscita su Il Mattino) al libro che Rossana Podestà aveva curato – come ricordo della sua bellezza – che tanto le era piaciuta e che tanto mi aveva stupito. 

(Photo Mirella Tenderini)

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