Parco giochi Scampia

Entrance to cabaret club in hotel ZhemchuzhinaAdesso che a Scampia c’è il museo della droga “Amy Winehouse” e a inaugurarlo è venuto Keith Richards, tutto è cambiato, ora anche Antonio Gnoli può frequentare il quartiere senza pericolo. Scampia è diventato un posto più visitato di Dubai. Un parco a tema, di un pericolo passato, grazie alla liberalizzazione delle droghe. Farne uso non è più una vergogna, e, anzi, chi spacciava deve obbligatoriamente raccontarlo in un libro con conseguente registrazione video, che poi confluirà nel grande film collettivo “Napoli trogata” curato da Gabriele Salvatores. Adesso che Scampia ha più visite di Pompei, tutti hanno smesso di rimpiangere la vecchia Scampia quella dove Antonio Gnoli non poteva entrare, tranne “Repubblica” che ha lanciato l’appello – con in testa Martin Scorsese – per riavere indietro il degrado che era così facile raccontare. Perché ora tra le siringhe di cioccolato e gli acidi al caramello, e la mousse al kobret tutto è molto più complicato, con le statuine di Ciruzzo ‘o milionario che vanno più di quelle di Maradona e San Gennaro – stanno bene su tutto: dal presepe al camino e puoi sempre vantare di averlo conosciuto –, e nemmeno gli editoriali di Concita De Gregorio possono arginare le scelte del mercato. Ora che nelle piazze le statue di Mario Balotelli hanno sostituito quelle di Padre Pio dietro le quali c’erano i pezzi di fumo, e che anche Barack Obama dopo i broccoli e la figa ha detto che sì, gli piace, e che lui un attico a Scampia lo prenderebbe come hanno fatto Spike Lee, Johnny Depp e Brad Pitt: perché il nuovo progetto “Case da drogati” disegnate da Fuksas sono meglio di Casa Malaparte almeno a leggere Natalia Aspesi e il suo appassionato reportage. Ora che Woody Allen gira a Scampia come se fosse Montmartre e che Scarlett Johansson twitta le foto delle ultime pozzanghere e delle ultimissime lamiere, mentre al mercatino delle “Case dei Puffi”, gira allegra tra le bancarelle cercando una copia di “Gomorra” a forma di testa di Saviano. Ora che Luigi De Magistris ha finalmente una sua casa di produzione “Caiola” e da anni dirige poliziotteschi degni di Umberto Lenzi: dove non si spara ma ci si ammanetta molto, e non ci sono mai innocenti e tanti inseguimenti, tutti colpevoli dai puma ai cardilli. E in Oriente son pazzi di lui, tanto che il Re della Thailandia – con molta invidia di Bettini – l’ha nominato Prefetto di Bangkok, ora e solo ora: può vantarsi a dismisura per aver non solo liberato il lungomare ma anche per aver liberalizzato le droghe nel regno di Scampia. E adesso che Bassolino è costretto a girare con Shrek – insieme hanno scritto per Mondadori “’o sindaco, l’orco e gli orfani” ed è stato mandato in esilio – “come Dante, come Dante” ripete –  perché Napoli non vuole più ricordarsi di come era, nonostante i fratelli Bennato insistano a rimpiangerla. Adesso che anche Nanni Moretti ha aperto il cinema “’a sfogliatella” a Scampia, e che finalmente ha riconosciuto pubblicamente la grandezza non solo di Nino D’Angelo e Marione Merola, ma che ha accettato come socio Gigi D’Alessio che in precedenza era stato il padrino di cresima di suo figlio Pietro. Adesso che i Rolex sono appesi ai muri, nella “galleria dello scippo”, dove si autorappresentano le imprese che tanto spaventavano i turisti americani, e Mario Martone ha girato “Morte di uno scippatore”: la storia di Ciro Esposito, scippatore con la passione per i logaritmi che prima di agire calcolava l’angolo di caduta della vecchina, la circonferenza del gioiello, del polso e/o collo della donna oggetto, e lì il “Se non ora quando” era molto molto più fondante che per la Comencini. Adesso che i Giuliano sono il nome della piazza antistante al palazzo reale, e che Aurelio De Laurentiis è il sindaco di Napoli, il presidente della squadra e della regione, oltre che il dj delle serate al porto, e che “Champagne” di Peppino di Capri è la colonna sonora della città, adesso e solo adesso che Scampia è il primo vero parco giochi della droga, con i percorsi a tema (le varie droghe),  le giornate del Sistema: puoi scegliere se essere vedetta, spacciatore, capo-piazza, cassiere o corriere; oppure se visitare il grande Palazzo della Camorra, l’Ermitage di Scampia, a cura di Bonito Oliva, con opere di Francesco Clemente, Palladino, persino Cattelan: che ha reso omaggio a Pascalone ‘e Nola e a Pupetta Maresca ingiustamente dileggiati da Hans Magnus Enzensberger. E c’è una intera sezione-riconoscimento all’ultimo vero grande meridionalista: Raffaele Cutolo, con un ritratto gigante, opera di Ai Weiwei, e le sue imprese sono raccontate in 14 stazioni da Ottaviano all’Asinara, oltre alla proiezione ininterrotta del film di Tornatore sulla sua vita. Napoli e Scampia finalmente luoghi di libertà, senza confini né pareti, come “Il cielo in una stanza” ma al posto di Gino Paoli ci sono Luigi Giuliano e Ciro Ricci che cantano “Chill va pazz pe te”. E dal Pakistan al Messico vengono a studiare il fenomeno, che ha un indotto maggiore di quello dello spaccio: gadget, gruppi musicali, guide, custodi, comparse, attori che recitano se stessi, libri fotografici, libri autobiografici, serate a tema, dibattiti, hotel con piani dedicati alle famiglie di camorra e al loro stile, sopravvissuti alle faide che con struggente nostalgia raccontano di quando si sparava per strada ne “La stanza del testimone”, e poi c’è l’affollata sezione “armi riprodotte” con il libretto di istruzioni e la guida con la storia di chi le ha scelte e le gesta compiute (con un catalogo curato da Lilin che mescola mafia russa e camorra). Il vero grande romanzo di camorra è Scampia decamorrizzata, ridotta a parcogiochi, madeleine della morte, e ora aspettiamo Stephen King per farci raccontare l’orrore che c’era, quello che ci siamo lasciati alle spalle quando abbiamo capito che l’epica è delle tribù e il gioco dell’Occidente.

photo by Rob Hornstra

Racconto pubblicato da Il Foglio

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