Eusébio da Silva Ferreira

819025Eusebio non è stato solo un calciatore, ma anche un tempo. Il culmine di una fase del calcio portoghese che non ci sarà più, nonostante Cristiano Ronaldo. Eusébio da Silva Ferreira era un Garrincha privo di tragicità, meno finte e più gol, mai da posizioni facili, sempre dagli angoli, quasi a ricordare che lui veniva da un paese di estremità come il Mozambico. Per i portoghesi è stato pantera, perla e re, e ora leggenda. Ha portato il Portogallo al terzo posto nei mondiali inglesi del 1966, e la Coppa dei Campioni a Lisbona nel 1962 (due gol in finale), ha vinto due Scarpe (68’ e ’73) e un Pallone d’oro (‘65), undici campionati portoghesi, di cui sette da capocannoniere, titolo che ha vinto anche una volta nel Campionato del Mondo e tre in Coppa Campioni. Non si è fatto mancare niente. Fu capace di ribaltare una partita persa con la Corea del Nord, segnando quattro gol, e due li fece al Brasile di Pelé che doveva essere la regina d’Inghilterra quell’anno. Non ha mai svenduto la sua grandezza né l’ha sporcata, era naturalmente immune alle lusinghe, ha conservato per tutta la vita un sorriso vasto quanto una curva, discreto fuori dagli stadi ma quando giocava era un pappagallo, non stava mai zitto, un vero rompiscatole. Per questo non ha fatto l’allenatore «Potrei allenare solo i bambini, sicuro di essere ascoltato e sopportato, un calciatore mi darebbe un pugno dopo il terzo rimprovero». È stato citato sia nella promessa al santo di Dudù (Nino Manfredi) nel film “Operazione San Gennaro”, che nel tentativo di conquista di Colin Firth in “Love Actually”, ed era il campione da battere in “Best”, a riprova della sua enorme fama – chiuse la carriera girando i campionati in Usa e Messico, portandosi in giro come un Buffalo Bill –  sei veramente pop quando finisci nelle battute di un film e non resti solo una figurina di un album. «Se non fossi stato un calciatore sarei stato il più grande ballerino del mondo, a Broadway», disse allo scrittore Miguel Esteves Cardoso, e a vederlo superare gli avversari nelle immagini in bianco e nero, con quelle maglie pesanti e col collo lungo, non sembra una bugia quanto un desiderio mancato. Lo stadio che lo consacrò fu Wembley, ha una Coppa a suo nome (L’Eusébio Cup), un aeroplano della Tap (la compagnia di bandiera portoghese), una statua fuori l’Estádio da Luz, il resto lo segna il numero dei suoi gol: cinquecentottantacinque. Raccontava che la palla lo aveva tirato nel campo, strappato dalle braccia di sua madre, si sentiva attratto dal pallone, ma non le ha fatto un monumento fuori casa come Di Stefano (al quale dava il Don e che considerava il calciatore più completo visto sui campi), e che ora – sull’onda dell’emotività –  ricambia e lo consacra come il migliore di tutti. Nessuna partita basta a stabilire i principi di bellezza (estetica dei gesti) che come l’orizzonte si sposta con noi lasciando inalterate le distanze, e che non ci sono classifiche, ma ricordi. Tutti i gol visti e da vedere, in ogni forma, saranno sempre una 1513303_10151947006589821_1162736334_ntraduzione personale dei propri desideri. Eusebio, come pochi altri, è il componente traducibile in gesto di una bellezza che non si adatta al gioco, ma lo sovrasta, travolgendo non le regole, ma la normalità dei novanta minuti. Poi, ognuno può professare il proprio credo nei gol che vede e scegliersi il suo attaccante con tanto di orbita luminosa e numero di gol segnati (Pelé, Maradona, Ronaldo, Messi) quello che rimane – rispetto al passaggio di calciatori come Eusebio – è l’emozione, anche solo di vedergli prendere la rincorsa per tirare una punizione o vederlo scattare di lato e forse tirare, non conta, quello che prende il sopravvento è la dimestichezza – quasi ossessiva e allo stesso tempo involontaria – conoscitiva del pallone. Una pratica di stupore bambino e allo stesso tempo una conoscenza che non può non avere a che fare con una saggezza del gesto, una educazione complementare alle abitudini elementari: svegliarsi, camminare, mangiare, dormire. Non è facile avere questa dimestichezza con uno sport, in tantissimi giocano, in pochissimi diventano gioco. E facendosi gioco: generano immagini. Eusebio diventa pantera, perla, re, leggenda, si mescola alla natura, un sacrificio religioso rispetto alle aspettative di un paese. È una opera d’arte popolare e di ricompensa ai giorni che vanno male. I grandi calciatori sono una risorsa sociale. Creano occasioni esclusive per sfuggire al dolore, ogni gesto è una diminuzione, un calmante, che dagli occhi arriva al petto. E ci resta, a volte, per sempre. La ripetizione di questi gesti per loro è un cammino di immortalità, per noi una risorsa emozionale. Quando le due traiettorie si incontrano – movimento del calciatore, osservazione dello spettatore – si crea l’unicità che salda, senza differenze di pelle, classe o religiose, e il gol diventa rifugio. E quelli come Eusebio, un ricordo indelebile. Una presenza fissa nella vita di tutti, che non andrà mai in panchina.

[uscito su Il Mattino]

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5 thoughts on “Eusébio da Silva Ferreira

  1. Guido B ha detto:

    Tu pezzo lo aspettavo da quando si è saputo della sua scomparsa.

  2. […] a riprenderselo, per fortuna. Perché del calcio era figlio, suo padre amava il campione portoghese Eusebio per questo lo battezzò, segnandogli la strada. Al massimo poteva salire in sella a una bici – […]

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