22 giugno ‘86

diego-armando-maradona-171593Quando gira, palla al piede, sotto gli occhi di Beardsley (davanti), Reid (dietro) e si avvia ad affrontare Butcher, Maradona sa che niente sarà più come prima. L’imprevedibilità della sua azione, all’avvio, sarà quella della sua vita. E, vista la decisione con la quale si dirige verso la porta inglese, sa anche che segnerà, o ne ha tutte le intenzioni. Quello che non sa è che quel gol, sarà votato dalla FIFA nel 2002 come il “Gol del secolo”, e che non tutto andrà come in quella partita: 28 anni dopo, siamo ancora tutti qua a guardare una giocata di 10 secondi, 60 metri percorsi, 6 avversari superati, 13 tocchi di palla. Era il 22 giugno ‘86, si giocava il quarto di finale: Argentina – Inghilterra, a Città del Messico, stadio Azteca, un po’ come gli Studios di Hollywood (lo stesso della partita più bella di sempre Italia – Germania 4-3). Ma prima che Maradona si liberasse di impedimenti, schemi, avversarsi, aveva fatto un gol di mano, complice l’arbitro tunisino Bennaceur, che non aveva visto. Percorso da quella naturalezza che avevano avuto Picasso dipingendo Guernica o McCartney componendo “Yesterday”, Maradona riceve il pallone – anche male – da  Enrique, è costretto a girare su se stesso con la palla, prima di prendere il volo, lo fa, si mette in posizione, e va fino alla porta inglese, percorre la fascia destra del campo con una semplicità che ancora oggi stupisce. Ora, che i sei calciatori inglesi (Sansom, Reid, Butcher, Fenwick, Beardsley, Shilton) siedono in panchina tranne il portiere Shilton che ha scelto una vita di carambola delinquenziale, e che tutti li ricordiamo come i nomi di città attraversate, luoghi geografici superati, e che ancora la Kirchner e Cameron litigano sulle isole Malvinas/Falkland e Maradona sembra aver esaurito i suoi colpi di scena, depositandosi a Dubai come allenatore/griffe, lontano dal calcio che conta: quel gol non smette di stupire. E vive. Su Youtube c’è in tutte le salse e lingue, come una opera d’arte o il discorso di un presidente americano. Ognuno ci legge quello che vuole, all’occorrenza diventa manifesto di ribellione, redenzione morale rispetto al precedente gol di mano, pareggio di guerra e via così. In realtà racchiude l’immortalità, uguale al giovane Holden di Salinger e non appartiene più a Maradona, ma a tutti. Come ogni gesto dell’immaginazione davanti al quale la realtà soccombe, è un gesto solitario ed egoista, e contiene una parabola di bellezza infinita, e che sottrae spazio al nulla che ci avvolge. Dal momento che Maradona supera il centrocampo, entra in una dimensione che è altra (deificata, mitologizzata) infatti i calciatori inglesi non lo toccano e se ci provano sono in ritardo, appartengono a un altro tempo: il passato. Riescono ad entrare in contatto con lui solo dopo l’ultimo tocco, con la palla già in porta, quando la sua velocità si è placata, la missione compiuta. Il gol va visto a rallenty, Maradona che accarezza il pallone, il suo corpo appare dilatato: la sua corsa da puma, non c’è un gesto sbagliato né di troppo, non c’è una esitazione, non serve altro che l’oscillazione all’unisono con la palla della sua figura per liberarlo dagli avversari, a quel punto segnare è una formalità, come una firma per ritirare un pacco sotto la porta di casa.

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4 thoughts on “22 giugno ‘86

  1. […] Diego Armando Maradona stava per staccarsi dall’ombra di Pelé. Prima con una mano poi con un piede. Oggi Marvin e Costanza sono due cinquantenni, e io sono venuto a cercarli, perché da anni […]

  2. […] a rendere umano il calciatore che ha riscattato una guerra con due gol, uno da Mandrake con la mano e l’altro da James Dean: bruciando tutta la migliore gioventù inglese compreso il portiere Peter …, una lunga corsa a zig zag nella storia nel calcio che incollava ai suoi piedi il meglio visto per […]

  3. […] e indimenticabile. In quella squadra maturò un genio – Diego –  che in quel mese era in uno stato di grazia. Per il resto, facciamo finta di essere in un processo e io le dico: non commettiamo errori, […]

  4. […] delegato a lui la giornata. Mentre Víctor Hugo Morales componeva versi in diretta radio –“Barrilete cosmico” – per descrivere i due gol, e mezzo mondo si votava alla rabdomanzia deambulatoria di […]

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