Marco Pantani

PANTANIPassò, soffrì, cadde, si alzò, tornò, vinse, ricadde, cercò di alzarsi di nuovo, barcollò e poi infilò una strada sbagliata. Una via crucis. Quando Marco Pantani salì sul trono del ciclismo mondiale staccando Ullrich lungo le salite del Galibier, sotto grosse gocce d’acqua con i fari delle moto a fargli luce, alzandosi e trascinando con sé l’Italia ferma a Felice Gimondi, tutti capimmo che la vita non è facile per nessuno, nemmeno per chi vince. Il ciclismo insegna oltre che diverte. È uno sport di reale autentica fatica. Epico. I suoi eroi sono veri cavalieri, dietro hanno nomi di monti come di battaglie: Mortirolo, Montecampione, Oropa, Piancavallo, Alpe d’Huez, Galibier, Plateau de Beille. Geografia costruita, messa in fila da pedalate e ritmo, respiri e sforzi. Che dopo anni ancora ti ricordi curva dopo curva quanto sudore c’hai lasciato in giro. Stracciare il Tour de France è fare storia, vincere Giro d’Italia e Tour insieme è sedersi di fianco a Fausto Coppi. Pantani è stato l’ultimo a scandire la nostra vita normale con le sue vittorie. A riportare il ciclismo in prima pagina. A incollarci come e più che per una squadra di calcio. Accendeva le corse e con loro il nostro orgoglio bambinesco. Ha corso a dispetto dei medici e degli incidenti, della sfortuna e delle cadute, dei fermi e del suo fisico. Altalenante, umano a modo suo, sfortunato come uno qualsiasi, incomparabile, che ne dovrà passare del tempo per riaverne di uguali, forse mai più. Quando riportò il Tour in Italia vincendo in montagna, in salita, come un ciclista d’altri tempi, veniva da un Giro fantastico, era il 1998. E non doveva manco partecipare, aveva esitato a lungo, poi c’aveva preso gusto, dargli le salite dei monti francesi era come dare un pallone a Maradona, potevi solo aspettarti spettacolo. Lo aveva dato, con quella sua spoliazione da San Francesco (strano per un figlio di piadine e discoteche): bandana, occhiali, orecchino e via si sale, si toglieva tutto per arrivare puro alla cima, saliva in fretta per abbreviare l’agonia, e gli avversari sembravano moviole. Un rito i suoi assoli: attaccava, fuggiva via, provava imprese leggendarie e spesso ci riusciva. Un Charlie Parker piccolino, chiuso e tenace. Più musica che parole. Tutta in salita. Che le discese son fatte per riposare. Gambe da airone, leggero come una piuma, con le orecchie a sventola, la testa pelata e il pizzo come vezzo. La faccia tragica di chi sa cos’è la solitudine e il dolore, che per ridere c’è tempo sul podio. Gli occhi da animale in fuga. Un Tenco della bici. Tormentato, sanguigno, caparbio. Un ciclista antico. Una forza del passato, sbucato negli anni novanta, che quando lo vedemmo sui Campi Elisi tutti pensammo a un nuovo Et perso ancora una volta. Un cardellino felice che correva in bici su quelle strade lunghe e dritte che il barone Haussmann aveva pensato per altri. Indimenticabile. Eppure la sua è stata una vita da montagne russe, un su e giù veloce, improvviso, pieno di stupore, dolore, spavento ma anche sorrisi e vittorie. In agguato: la scalogna, una auto, un gatto, un errore tecnico, una foratura. Sopportò tutto in modo religioso, era oltre, era anche il tipo d’uomo che prima di arrendersi spara. O almeno lo fu fino a Madonna di Campiglio (1999) quando gli scipparono il Giro che aveva in tasca. Il ciclismo stava cambiando, o forse era cambiato sotto i nostri occhi e non avevamo capito, lui si era adeguato o forse credeva di essere nel giusto;  solo, in cima, ha pagato per tutti un vizio che era diventato abitudine. Dopo le vittorie sono venute le sconfitte, le salite che si facevano serpenti difficili da domare, curve che sembravano muri e lui ci ha provato anche a tornare come prima, mica facile. Ci illuse nel 2000 battendo Armstrong, poi più nulla. Usò la cocaina come mezzo per arrestare il tempo, non fu così. Non poteva essere così. Le bici ripresero ad andare in giro senza di lui, ci si abituata a tutto, ma dopo non è stato più uguale. Abbiamo atteso un tempo lunghissimo per avere di nuovo una icona della fatica e l’abbiamo sprecata come una foglia d’autunno. Persa. Dopo in tanti pronti a rimpiangere ma prima non tutto è stato regolare. E se lui ci ha messo del suo nel logorarsi e scendere in basso, intorno in molti hanno fatto finta di non vedere. È morto da rock-star in una notte d’inverno, nel giorno degli innamorati, una pena che non meritava. Quando a Rimini fu ritrovato il suo corpo, al quinto piano di un motel, solo, triste e fermo per sempre, era uno dei tanti eroi dispersi nella sciagurata memoria italiana. Grasso, fiacco, deluso. Uno che correva troppo anche nella vita. Uno che poteva vincere ancora, hanno detto poi, come se fosse facile inforcare una bici e mettere in fila vittorie. Uno li vede passare i ciclisti e pensa che sia normale strasene a pedalare, magari in una tappa di pianura che parli sereno e sgambi, tanto è tutto sotto controllo, ci son i gregari, poi c’è quello che ci prova, sta in testa per un po’ dopo molla, ma intanto c’han buttato l’occhio sulla sua maglia sudata, non si sa mai, e magari a lui basta così. Poi c’è quello che è riflessione, tattica e attesa: aspetta aspetta e manda avanti gli altri, e dopo spunta improvviso, ma è un falso lo sapevan tutti, lo sport è gioco, appunto: pedali e ti diverti. Poi c’è quello buono solo in salita, e quello adatto alla cronometro, quello che in pianura se ne sta sereno e forse si guarda i paesi, il mare, e le donne che son visi sfumati dal metallico fruscio delle bici, un pensiero che ti coglie prima della fatica, un ragazzino che ride, un vecchio che vuol vedere il campione che se trova il tempo di voltarsi mentre lo chiama gli lascia da raccontare per il resto dei giorni, e magari spinge, anche se non ci son salite oggi. C’è quello che passa e basta, fatti suoi nella testa e nelle gambe, via su, andare, siamo dei professionisti, se vuoi da parlare vai al bar. C’è quello tipo Coppi che va in fuga e ci resta e vince, pochi oggi. Roba da tv in bianco e nero, maglie grigie tutte uguali che dovevi ricordar le facce. Tutto cambia, le maglie si colorano e c’è anche chi bara, la carovana non è poi così allegra capita anche che passi e non venga nessuno a guardarti o che un Tour de France sia animato da un pazzo cavallo che si lancia in competizione con i ciclisti, più che dalle fughe. Poi c’era Marco Pantani: un figlio dell’Appennino. Uno che si nutriva di salite, se le inventava ovunque. Non ci fosse stato sarebbe tutto peggiore. Il ciclista è quello che fa il vuoto in salita. È quello che saluta e se ne va. Quello che si alza, soffre il doppio, mangia fatica. Quello che la guarda in faccia, la sfida. Picchia, affronta, sente. Sale, veloce, e poi la lascia dietro, con gli altri. Con i cattivi pensieri. Con il resto del giorno, con il tempo e con quelli che son lì a contarlo. Giudicarti, osannarti. Pantani era così, un campione all’antica. Da fare invidia. Veniva su con una faccia da vecchio italiano: mugugni e sorpresa di vittoria. Sapeva prendere per il collo la salita. La bici è poesia e pena. Sfugge. Devi starle addosso, avere orecchio, stare al passo, patire, provare e riprovare, osare e cadere. Cuore, fiato, ritmo. Senti il tormento. Ci vuole poesia, dentro. Che gli altri vedono solo in superficie o forse no. Leggono, guardano, sentono. Pedali e distilli. Per salire in bici, andare contro vento oltre forza, respiro, coraggio, volontà, ci vuole poesia, e Marco Pantani era un poeta, con la sofferenza sulla canna della bici. Lo ricorderemo per questo e per le sue scalate, le sue vittorie. È riuscito a farsi amare dai francesi, e quelli come insegna Paolo Conte: s’incazzano. Quella volta no. Si sono alzati in piedi, e hanno applaudito. Sono stati rapiti da quel refolo di passato che filava via sulle loro strade. Che diceva: datemi la maglia gialla. Il tour è cosa mia. E Pantani era nostro. Pantani portava sulla bici il tempo che ci separa da Coppi e Bartali. Univa su due ruote quel tempo. Lo portava a spasso e via, veloce: tappa, gran premio, Tour, grazie. E noi a urlare: Era ora. Quando è sceso è tornata la normalità: strade lisce, corse ordinarie, facce anonime. E si fotta: il doping insieme alla cocaina che ti rende immortale. La poesia non te la puoi dare, non la acquisti in farmacia. O c’è o non c’è. Lui, la sua bici, erano altro. Nonostante gli errori, con tutto il carico dell’imbroglio. Sono altrove. Non li prendi, non puoi.

 

(AP Photo/Laurent Rebours)

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