Pantani Marco, dieci anni

1625551_800356886648175_851881199_nPassava la nostra vita, scivolando via nei misteri delle bici. Provando a stare dietro agli scatti in salita di Marco Pantani, e per ogni volta che lui si alzava sui pedali, noi lasciavamo le sedie, le poltrone, i divani, e senza il peso tragico che solo le salite di montagna sanno dare, a tutto, persino ai motociclisti, respiravamo in apnea, insomma, nessuno si sognava nemmeno per un attimo di lasciarlo solo. Ecco era così, almeno a casa mia, e succedeva solo per lui e per la musica classica. Il resto erano banalità. Sì, persino il calcio, allora Maradona aveva smesso, ecco a trovare un legame tra tutto questo, potrei dire Usa ’94, no no che Pasadena e Baggio, prima viene Foxborough in Massachusetts e  Maradona con l’efedrina, poi Madonna di Campiglio ’99 con Pantani e l’ematocrito alto e con loro il requiem di Mozart. Lo so, vi risulterà un puzzle, ma questo è. E prima c’è lui che sale, sale, sale, e taglia, io ho sempre pensato alle tappe come un ritorno a casa, nel senso che vinceva solo chi realmente non voleva essere lì, ovvio so che ci sono delle strategie e che alcune volte si aspetta o si lascia vincere gli altri, ma io ho sempre pensato alle corse in pianura come a una gara inutile, già la discesa richiede uno sforzo diverso, ma la pianura, no, proprio non la concepisco, per questo esistono solo le salite, e quando, anni dopo, ho scoperto che anche Marco Pantani, la pensava così, non dico che mi son rallegrato perché sarebbe poco, diciamo che è stato come la fine della solitudine. E quando vedevo Pantani nervoso in pianura, quasi che fosse un padre fuori dalla sala parto a fumare, certo quando fuori dalle sale parto si poteva anche fumare, ecco, quando io lo vedevo nervoso aspettare per me era davvero una sofferenza, come quando aspettavo una ragazza e quella non arrivava, e a parte che mi venivano i dubbi sul fatto che non sarebbe più venuta, mica solo quello, mi veniva anche da dire perché le avevo chiesto di venire, che ovviamente lo so e lo sapete anche voi per quelle cose lì, però in quei momenti ti sembra di non saperlo o di non volerlo. Secondo me in pianura Marco Pantani stava messo così. Poi, però, a lui arrivavano le salite a me la ragazza e tutto riprendeva come avevamo immaginato, tutto scorreva: passava la nostra vita, scivolando via nei pensieri delle bici. A pensarci ora a tutte quelle salite e al fatto che lui ci arrivava solo dopo averli seminati, io sapevo che no, non era mica facile tornare a casa né per me e nemmeno per uno come Pantani. Nel quadro astrale delle biciclette, con la posizione delle mani di Pantani sul manubrio e la triangolazione gamba braccio canna della bici, Saturno era comunque quello che non prometteva niente di buono, e infatti quante volte è venuto giù? Non il pianeta, dico Pantani, quante volte è venuto su? Sarebbe come misurare l’andamento delle maree, ma non voglio metterla sulla poesia, no, perché è un viaggio il ciclismo, turismo con il cronometro, per questo corri più volte per le stesse strade, passandoci veloce, ogni volta vedrai qualcosa in più e dopo se sei fortunato finisci in auto – che detta così sembra un privilegio ma non lo è – e dall’auto ricomponi il film, lo monti. Vedi tutto quello che ti sei buttato dietro andando incontro al tuo destino, una pedalata buttata dietro l’altra, con chi occhi allenati alle ombre che ti fanno le bici degli altri, mentre cala il crepuscolo, cazzo, e tu sei ancora lontano dal traguardo. Non ha nessuna importanza quello che succede nelle stanze, oggi, qui, nel momento della messa in ricordo di Pantani, quello che conta è la strada. Sulla strada, pioggia o sole, il gruppo trova armonia nel disordine dei giorni comuni, tra i respiri della gente che ti vede fare quello che a loro non è riuscito, o almeno non alla tua velocità, un ciclista pensa veloce e se non lo fa non è un ciclista, è un uomo solo e abbandonato in una curva, forse ha sbattuto, di sicuro è triste. Ed ha necessità di cambiare. Quante volte è successo anche a Pantani? Troppe. E più la sua strada si faceva confusa e sbandata, le ossa si rompevano, più lui, provava a rimettersi in riga, c’era una ostinazione che può avere solo chi non ha tempo da perdere.  Con l’imbarazzo di non saperlo spiegare. Le gare dicevano che lui era uno dei migliori, e lui continuava ad andare agli indirizzi indicati, saliva, saliva, tagliava, tagliava, e staccava gli altri, riportando tutto a casa, compresa quella vocazione selvaggia di riprenderli tutti, dopo essere rimasto dietro, chissà forse si perdeva “nel buio delle selve d’amore”, come le chiama Gianni Celati uno delle sue parti. Dietro i quartieri di città francesi, o nella provincia italiana che a capire bene cosa è ci provano ogni anno in tanti, e ne viene sempre fuori poco, mai una poesia, di quelle brevi come un italiano in fuga, che taglia una curva in diagonale alzandosi sui pedali, perché vuole salire su su in cima, come da bimbo andava in soffitta: solo. Perché è la solitudine il sentimento di chi corre.

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2 thoughts on “Pantani Marco, dieci anni

  1. Guido B ha detto:

    Marco, in salita faccio una fatica della madonna, senza neanche la bici, ma siamo in tre. Ti voglio bene.

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