da grande voglio fare il bambino

IntantoancheFulvio Abbate sa controllare come pochi la Storia ed è capace di renderla familiare. Riesce nel gioco di proiettare nel proprio quotidiano, personaggi come Adolf Hitler «venne ad abitare da noi durante l’autunno del 1961», Ettore Majorana «le sopracciglia folte, una leggenda del mistero», Albert Camus «uno che ride mica tanto facilmente», con tutto il carico di altre storie che si tirano dietro, e di rovesciare le parti, trasformandoli in comparse rispetto al tempo che attraversa la sua famiglia. Così nel suo ultimo romanzo “Intanto anche dicembre è passato” (Baldini&Castoldi, pagg. 170, euro 15,90): Hitler diventa uno zio improvviso che tinteggia casa Abbate a Palermo e poi scopre un amore siciliano finendo nel nulla mafioso con la colpa di non saper bene rispondere a delle domande su uno sceneggiato tv. Majorana con un travestimento da suora fa le pulizie in casa, gli impartisce ripetizioni di aritmetica, e ha promesso di portare tutti a Parigi su un missile, «una specie di V2». E poi la Francia con tutto il suo carico di immaginazione e costruzioni in antitesi alla Germania e Camus che si fa santino della morte con la sua Facel Vega, trascinato nei racconti della madre di Abbate, la Gemma che rincorrerà il mare insegnandogli la meravigliosa arte di addolcire le storie. Abbate, oltre che scrittore ha un ruolo di cronista culturale, un antropologo capace di non inciampare nel nostro confuso presente, con il suo diario in video “Teledurruti” la tv monolocale su Youtube, ed ha come missione il non assimilarsi. Un esercizio quotidiano che lo porta ad usare la nostalgia con leggerezza, passando tra le vite senza appesantirle con i sentimenti dell’inutile. “Intanto anche dicembre è passato” è un romanzo sulla perdita, un lungo verbale di salvataggio ad opera di un bimbo di quasi dieci anni, trasformando Palermo e casa sua in una sorta di Triangolo delle Bermuda al rovescio, dove si ritrova quello che il mondo ha perduto, dove riappare chi ha sbagliato e chi ancora non sa di averlo fatto, per rovinarsi definitivamente in Sicilia. C’è l’infanzia dello scrittore, la sua formazione fantastica da “Quattroruote” (fissazione paterna) ai grandi artisti francesi sparsi in una Parigi che sembra un parco giochi della sua immaginazione. C’è il suo stupore bambino passato al lettore, elargito con normalità, e con un ritmo veloce mai compiaciuto. C’è il sogno di Trotskij e quello di un prete, svuotati negli istinti della carne e del cinematografo. C’è tutta l’assurdità degli eventi irreversibili, e la malinconia che ne consegue. E c’è il ribaltamento del tempo, che solo alla scrittura riesce. E Fulvio Abbate c’è riuscito. Ha scritto in una sola storia quella di tutti, unendo posti lontani, immagini bruciate e trascinando nella stessa geografia: biografie distanti. Non tradendo mai il suo desiderio: «da grande voglio fare il bambino».

[uscito su Il Mattino]

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