an innocent man in a living hell

10300865_10152014887507050_2103787784030860222_nPiù dei pugni fu il sangue che gli piovve addosso a renderlo famoso. Il pugile che sarebbe potuto diventare campione del mondo dei medi ma la colpa arrivò prima della possibilità di combattere per il titolo. Rubin Carter “Hurricane”, il vento impietoso del ring, veloce, irascibile, coraggioso, aggressivo, apparentemente non si fermava davanti a niente. Non furono pugni a stenderlo ma una ingiusta accusa di triplice omicidio nel 1966 a Paterson, che lo tenne 19 anni in prigione. Quando John Artis (compagno di sventura, carcere, vita), ha confermato la sua morte, a 76 anni, per cancro, a Toronto in Canada, tutti, prima ancora di ricordarsi i suoi ganci, di rivedere un suo jab, hanno sentito nell’ordine: la canzone che Bob Dylan gli dedicò (e tour seguente, documentato dallo scrittore Sam Shepard), il silenzio delle celle che lo tennero lontano dal vento, il film “Hurricane – Il grido dell’innocenza” con Denzel Washington e poi il suono dei suoi pugni, quelli di un pugile bassino rispetto alla categoria che doveva faticare il doppio per stendere gli altri, e del meraviglioso incontro con Emile Griffith (la sua carriera non era male: 27 vittorie, 12 sconfitte e un pareggio in 40 incontri, nel 1993 a parziale ricompensa ricevette la cintura di Campione del Mondo dal World Boxing Council). La storia di Carter prescinde dalla boxe, certo se in quella America di forte contrapposizione tra bianchi e neri, non avesse fatto il pugile e non avesse avuto già dei precedenti, forse avrebbe continuato a boxare invece di dover affrontare una ingiusta condanna. A salvarlo fu un libro:  “The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472”  (Penguin). Quello che scrisse in carcere per raccontare la sua storia e che fece avere a Muhammad Ali (che nel 1976 pagò interamente la cauzione a Carter ed Artis rispettivamente di ventimila e quindicimila dollari), Aretha Franklin, Harry Belafonte e Bob Dylan che lo trasformò in canzone portandolo nella testa di tutti. Il resto lo fece la Corte Federale, capendo che Rubin Carter c’entrava poco con l’omicidio di quelle tre persone, e che la sentenza aveva una matrice razzista. Certo, non aveva avuto una vita da picnic, insofferente, era finito in riformatorio poi aveva scelto l’esercito (4 convocazioni davanti alla corte marziale), e in una base americana in Germania nel 1954 aveva deciso di boxare. E dopo arrivò il carcere, per rapina e aggressione a una donna nera. Fu in prigione che riprese a tirar pugni, e quando ne uscì sembrava pronto per una vita diversa, fatta di disciplina e ring. Mise giù Griffith, e tutti pensarono che fosse arrivato un nuovo fenomeno, ma quando Tiger, ne fece un sacco, in molti cambiarono idea: «La peggior sconfitta della mia vita, dentro e fuori dal ring». Non era così, c’era dell’altro e non sarebbe stato breve. Tutto cambiò quando due uomini neri entrarono nel “Lafayette Bar and Grill” a Paterson, e uccisero tre persone ferendone una quarta e poi scapparono in auto. Furono fermati Carter ed Artis. Seguirono falsi testimoni, molta superficialità e la vita dei due servì a schermare quello che mancava: movente e prove. Seguirono due processi, poi nel 1985 la libertà. Aveva la testa rasata e i baffi, oggi diremmo che era un personaggio tarantiniano, un duro che non si lasciò piegare, andò sotto e riemerse dopo un ventennio. La boxe americana perse un attore importante, sacrificato negli scontri che andavano formando una America diversa, che si lasciava il peggio alle spalle con conseguenze che pesarono sulla vita di persone come Carter. Prima di Dylan, lo capì Ali, e dopo tutto il paese. Rimane una ferita che canzoni e film non sanano, come le corone di risarcimento e gli elogi post carcere. Il prezzo pagato da un nero per avere il controllo della libertà.

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