La stanchezza del pilota

ASEra il 1991, si correva il Gran Premio del Brasile, a San Paolo, e Ayrton Senna doveva vincerlo, anche perché quello che c’era intorno all’autodromo “José Carlos Pace” (circuito di Interlagos) era un Maracanã in trasferta. Solo per lui. E pioveva. Tutto sembrava essersi messo nel verso giusto, primo nelle prove, con Patrese dietro, Mansell terzo, proprio come pianeti allineati, poi dal 60º giro, la sua auto, una McLaren, comincia a perdere le marce, prima la quarta, poi tutte le altre tranne la sesta. Una via crucis. Nelle curve lente sembra che si fermi e che l’auto si spenga. Ma guida Senna e quindi tutto è possibile, anche continuare un gran premio con una sola marcia. Dietro ha Nigel Mansell, con la Williams, che però sbaglia alla sosta, perde tempo, dopo subisce una foratura, infine si ritira proprio per un problema al cambio. È un colpo di scena dopo l’altro, sembra un giallo invece è un Gran Premio, e Senna con la volontà che hanno solo i martiri – e che può immaginare persino Uma Thurman adesso – fa uno sforzo fuori dal tempo e dalle competenze, arriva al traguardo, e vince: davanti a Patrese, Berger, Prost, Piquet, Alesi. Rimane in pista, è stremato, i tecnici della McLaren vanno a recuperare la macchina ferma sul rettilineo, e lui ci mette una vita per uscire dall’abitacolo entrare in una Saab e andare alla premiazione. Ha le braccia a pezzi, molto più di un tennista, il suo solito sguardo da Bambi, e non ride. Anche nelle interviste è provato, forse è la prima volta che si vede la stanchezza del pilota. I telecronisti di Globo ripetono in continuazione dell’evidente stress fisico di Senna, che infatti con molta lentezza sventola una bandiera brasiliana prima di salire sul podio, e a fatica alza il trofeo, prima sembra non farcela, poi sì. Si muove lentamente, sembra vecchio – condizione che non si avvererà – e finalmente ride. Quasi impossibile vincere in una condizione simile. Ecco, è nel quasi che c’è Senna, in tutto quello che si può immaginare e non è stato ancora fatto, con le auto e senza. Era la percentuale minore, che però diventa la certezza quando passa dalle sue parti. Ayrton Senna è stato molte cose, e ne sarà ancora tante, oggi per dire è diventato un aereo, ma è stato soprattutto la capacità di stupire, di andare oltre l’ordinario girare in pista, no, non è solo questione di sorpassi in curva ma di immaginazione. La capacità di riscrivere azioni consuete, con innesto di epicità.

 

Foto di Robert Hallam

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