Cala la tela su Superciuk

jUn comico spaventato rapinatore che aveva cominciato a otto anni con una tigre e finisce a 64 anni col concime, le mutande e una cesoia. Sembra Alan Ford è Renato Vallanzasca, che da rapinatore – chissà – voleva farsi fioraio. In mezzo: 40 anni di carcere e il desiderio di cancellare il “criminale italiano”, quello che era, per tutti. C’è riuscito declinandosi alla stessa maniera, con lo stesso verbo ma in modalità buffa. Vallanzasca riscrive se stesso rubando: due boxer, un paio di cesoie e del concime per piante. Se non è illogico è di sicuro comico, seppure nega che quella borsa sia sua, rimane il ridicolo: di uno come lui, preso per un furto da canzone di Jannacci. Dalla banda della Comasina alla banda dell’Ortica. In un supermercato dell’Esselunga, di via Umbria a Milano, Vallanzasca è riuscito a divorziare da se stesso, a scindersi, non diventando una brava persona ma la sua caricatura. Per il ladro con la faccia da attore, nato in via Porpora, cresciuto tra Lambrate e il Giambellino, quattro ergastoli, duecentonovantacinque anni di carcere, sei omicidi, più mucchio di rapine e sequestri, tentativi d’evasione, proteste, sommosse in carcere, una fuga che corrisponde al periodo più crudo (1977), con il sequestro di Emanuela Trapani e l’uccisione di due poliziotti e il suo primo ferimento, ce ne sarà un altro dopo una seconda fuga tarantiniana con sparatoria sotto i tunnel della metropolitana di Milano. Ci sono altre fughe, una da un traghetto, altre rivolte, la morte di un ragazzo, Massimo Loi, che però Vallanzasca nega, e c’è una bella biografia  “Il fiore del male. Bandito a Milano”, scritta con Carlo Bonini dove tutto questo viene ripercorso. Con un epilogo da riscrivere. In un attimo, il tempo dilatato di un furto, è passato da Ettore a Marcovaldo, da Alain Delon di banche a Malaussène da supermercato, da Brad Pitt ad Alberto Sordi. Il suo rapinare banche era un atto politico, era una risposta a Brecht – È un crimine più grande fondare una banca o rapinarla? – e poi finiva nella Milano povera e industriale, dove negli ultimi tempi Vallanzasca non riconosceva più i suoi luoghi, tra moda e ristrutturazioni, zone pedonali, chiusure di fabbriche e cambio d’umanità. Era in semilibertà, con sulle spalle una pena enorme da scontare alla quale ora si aggiunge un furto da 70 euro. «Anca ti te se cadù così ‘n basso» gli disse all’inizio degli anni settanta un vecchio ladrone, e non per le rapine di mutande e cesoie, no, ma per via dei sequestri fatti. Negli anni si è vantato di molte cose, dalla galanteria a una moralità diversa dalle altre bande, tanto da poter dire di non aver «mai avuto a che fare con i servizi segreti, nemmeno con quelli dei tranvieri». Bello, ironico, intelligente. La sua era una storia scritta per il cinema – è di Michele Placido il film con Kim Rossi Stuart – , dove tutto lasciava pensare a un uomo che mai sarebbe caduto. «Perché il perdono è un sentimento privato. Per chi lo chiede e per chi lo concede o lo rifiuta. Il mio modo di chiedere perdono pubblicamente è stato scontare il castigo che mi è stato inflitto, assumermi la responsabilità dei disastri che ho combinato, chiedendo solo di non morire in carcere. La grazia la voleva chiedere la mia vecchietta, ma non avrei sopportato che si dicesse che mi nascondevo sotto la sottana di mammina e così ci ho messo la faccia. Non mi è stata data e la cosa è finita lì. Posso solo dire che quando arriverà il giorno in cui chiedere perdono e arriverà, non ci saranno né fanfare né pennivendoli a registrare l´evento». Magari poi si scopre che davvero quella borsa, quelle mutande, il concime la cesoia non sono suoi, ma ha solo scelto di fare “un favore” a uno con meno coraggio e più bisogno. Vallanzasca è ancora un bell’uomo, baffi curati e capelli andati, recita Pinocchio tra i due carabinieri con una camicia celestina, da quattro soldi, trasparente, portata fuori dai calzoni, jeans e mocassini. Niente più vestiti firmati, auto sportive e bella vita. Persino lo sguardo non ha più ferocia, è tutto al ribasso. Potrebbe essere un pensionato, uno di quelli raccontati da Marco Marsullo nel suo ultimo libro “L’audace colpo dei quattro di rete Maria che sfuggirono alle Miserabili monache”, che prova disperato e ridicolo, forse generoso, forse solo illogicamente, a riscriversi. Nemmeno ad Allen Ginsberg sarebbe venuto in mente di mettere insieme mutande, concime e cesoie, una scelta che lascia immaginare o un grande sogno da serra e fumetto – in carcere non ci sono balconi – o una perdita totale della realtà, perché se avesse voluto sfidare se stesso avrebbe scelto un bottino da “Ocean’s Eleven” e non da “Soliti Ignoti”. Dai Marsigliesi all’Esselunga il salto è enorme e la tragica futilità che trasforma un capobanda in rubagalline, evidente a tutti.

(foto Paolo Salmoirago)

[uscito su Il Mattino]

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2 thoughts on “Cala la tela su Superciuk

  1. Giuseppe DE PASCALE ha detto:

    I tuoi ritratti so belli non c’è che dire. L’ho letto a mia figlia perchè la storia è veramente singolare e le i non sapeva neanche chi fosse Vallanzasca.

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