Luis “Trinità” Suarez

9Luis “Trinità” Suarez, le spara in rete di destro, anche di sinistro e soprattutto di testa. Capace di giocare di lato (perlopiù a sinistra), in mezzo (all’area) e se serve anche in porta, come accadde ai mondiali sudafricani, dove parò un tiro che avrebbe eliminato la sua squadra e diede inizio a una partita da Osvaldo Soriano: Uruguay – Ghana. È uno e trino. Marcarlo è una avventura che non auguriamo nemmeno a Chiellini (non lo vedrebbe passare). È la faccia sporca dell’Uruguay – che ormai per il mondo esibisce quella del suo singolare e popolarissimo presidente José Pepe Mujica che ha accompagnato la squadra con una dichiarazione da catenaccio: «Da noi il calcio è un miracolo per quanto siamo piccoli» –. È politicamente scorretto – a differenza della bandiera culturale uruguaiana: lo scrittore Eduardo Galeano – conta un collo (Otman Bakkal) e un braccio (Branislav Ivanovic) presi a morsi, un naso spaccato (a un arbitro quando era piccolo), vari pugni ai suoi marcatori e un problema diplomatico a sfondo razzista con Patrice Evra del Manchester United. Brutto, sporco e cattivo ma anche bravissimo, capace di tutto, tranne di sparire (citofonare Balotelli). È un indimenticabile, persino quando non c’è si parla di lui, come nella partita contro il Costa Rica, la sua presenza rende migliore la squadra e persino Edinson Cavani che smette di soffrire la solitudine d’area e sa a chi passare il pallone, come si è visto contro gli inglesi. È una rivelazione continua Luis “Trinità” Suarez, ciondola sornione per il campo, tanto gli si perdona tutto. Nemmeno doveva esserci a questo mondiale, per un brutto infortunio, operato al menisco, un mese fa (da Luis Francescoli fratello del più famoso calciatore e idolo del Suarez bambino: Enzo Francescoli). Poi il recupero come Franco Baresi ai mondiali americani del 1994. Solo che Suarez non è entrato in campo per sbagliare un rigore ma per sommergere l’Inghilterra. Prima di testa, su un cross di Cavani che sembrava da videogioco, un incrocio da western-soccer, scappando allo sceriffo anglo-polacco Phil Jagielka, che se lo perde, e colpendo il pallone da destra verso sinistra: spiazzando Joe Hart (portiere della nazionale inglese), che stava disperatamente cercando di chiudere sul primo palo. Il secondo gol, è davvero una esecuzione – non solo perché esclude l’Inghilterra dai mondiali – ma perché è un concentrato di violenza calcistica, per l’intensità del colpo, su una rimessa di Muslera, che toccano Cavani e Gerrard, Luis “Trinità” Suarez si ritrova solo in area di fronte a Joe Hart e col pallone tra i piedi, deve solo caricare e colpire, la cosa che meglio sa fare. Con una potenza da crollo diga. È uno che annuncia le cose: «Non fatevi illusioni, contro di voi io ci sarò» aveva detto agli inglesi (senza diplomazia, gioca nel Liverpool ma forse lo vedremo a Barcellona nella prossima stagione), in questo è molto tarantiniano, quasi un rapper, peccato per la sua vocina non intonata alla faccia che con i due dentoni davanti fanno pensare a Roger Rabbit, e piange spesso, forse troppo. «Sono molto emotivo». Ma come tutti i sudamericani sa vestirsi delle sue lacrime, a volte si copre a volte le lascia intonare al campo o alla panchina – post doppietta – vestendoci anche Diego Fernando Pérez, come prima aveva fatto col suo fisioterapista, Walter Ferreira, che pur lottando contro il linfoma di Hodgkin, l’ha seguito in Brasile. Ha avuto giorni difficili ma ha saputo resistere tanto da meravigliare persino sua moglie per la propria forza e la concentrazione. «Volevo che i miei figli mi vedessero giocare la Coppa del Mondo». È cresciuto a Salto, per strada, dove giocava scalzo (come nelle migliori favole di pallone), e «Non ho mai avuto la possibilità di dire ai miei genitori voglio quelle scarpe». Questo gli ha insegnato a dare tutto in campo, per poi prendere quello che gli manca(va) fuori dal campo. È l’attaccante che ha segnato di più  con la maglia dell’Uruguay (41 gol), la spiegazione sta tutta in una partita contro l’Argentina, dove l’allenatore Oscar Tabarez gli urlava: «O ti calmi o ti tolgo». Non era solo voglia di segnare, era dominio del marcatore e della squadra avversaria. Luis “Trinità” Suarez è molte cose: attaccante anomalo, cannibale di gol e difensori; vampiro di palloni e portieri; uomo complicato, scomposto, da temere, con una umanità dispari, che ne fa un personaggio di confine, alla Cormac McCarthy, capace di ogni azione.

[uscito su Il Mattino]

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