Le convinzioni dell’umidità

Vorrei tanto raccontarla come Sebald ma non sono Sebald, vorrei anche provarci, perché già solo a dirlo viene bene: Don DeLillo a Capri raccontato da Sebald, ma io non sono Sebald, e se è vero che è brutto non essere visto nei sogni degli altri è ancora più brutto saperli immaginare – i sogni – senza poi avere la volontà di esaudirli. È complicato? Lo so, anche Capri è un posto complicato, come Antonioni e il suo “Deserto rosso”, e lo è anche “Underworld” per questo mi sono fatto autografare “Libra”, dove tutto è più semplice: c’è uno che si prepara a sparare a un altro, il resto viene dopo. O forse no, nemmeno “Libra” è una questione semplice, però a me sembra di sì. «Vincere è possibile se sai condurre il gioco». Ma il baseball non è la vita anche se DeLillo si ostina a sostenerlo. E guardando una signora che allinea sedie e tavoli, corde e cartelloni, intuisco che si vince anche avendo metodo e pazienza. Niente è fuori posto. Nemmeno DeLillo che esce a controllare, poi risale, e alle 19 in punto ritorna: ha un cappellino sabbia del Texas, una camicia a righe americane rosse con un rosa tenue sullo sfondo, la maglia grigia sotto la camicia, un jeans nero Lee e delle scarpe da carpentiere del New Jersey, una macchia bianca –  sembra Manhattan –  che dalla tempia sinistra gli scende bordeggiando lo zigomo e l’orecchio, un vistoso cerotto sul collo sempre a sinistra e una cartellina viola sotto al braccio, dentro ci sono i fogli del suo pezzo su “Deserto rosso” di Antonioni. E no, non si può fotografarlo. Di fianco ha Antonio Monda con i capelli da Manolete e gli occhiali di Clark Kent, tutto in scuro (camicia e pantaloni, con mocassini viola) e una traduttrice di cui nessuno dirà il nome, anche lei in nero. L’inglese di DeLillo è chiarissimo, non mangia le parole come fanno sempre gli americani, non corre, quando dice Monica Vitti gli occhi si accendono a neon, ha un tono deciso che però scende quasi ad abbracciare chi lo ascolta, fa le pause giuste eppure non darà mai l’impressione di fingere, anzi, mentre lo guardo leggere, dritto, di fronte a me, penso: metti un uomo in piedi con dei fogli in mano a leggere e zac: subito ti appare un bambino con la sua poesia davanti a una tavola nel tentativo di imparare la differenza tra ascoltare ed essere ascoltati, poi l’umanità si divide proprio in quelle due categorie dopo un numero limitato di feste di Natale, della mamma, del padre e della patria. DeLillo legge e nessuno fiata, ha dietro i faraglioni di Capri, il mare, e la colonna sonora di sottofondo sono i gabbiani che girano sotto la terrazza dove si svolge “Conversazioni”. Tra una frase e l’altra, scandisce le pause prima delle parole, pescando rumorosamente la sua saliva, sembra che il “Deserto” di Antonioni – di cui parla – gli sia arrivato in gola, schiocca le labbra come Louis Armstrong con le dita, ha i capelli che escono da sotto al cappellino, ad ali di corvo, però bianche. Tanto che quando Monda non capendo che è una serata votata all’estetica – Questo film esaurisce il vocabolario dei colori anche dell’osservatore più attento – il tema sarebbe “corruzione & purezza”, ricorda che i dialoghi del film sono brutti – anche se di Tonino Guerra – e dice la cosa più ovvia possibile, ricordando la battuta «Mi fanno male i capelli», DeLillo risponde che quello è il motivo per il quale porta il cappellino: «perché fanno male i capelli anche a me». Monda guarda la gente, e fa lo sguardo da festa di compleanno, Ehi ho portato il più figo, ed è merito mio, ora dice queste cose ma è ok. La festa è mia, la f-e-s-t-a-è-m-i-a. È il mantra da Ginsberg. DeLillo, invece, riprova a fargli capire che è una questione estetica e gli ridice quello che è evidente nel testo, come Antonioni dipinga tutto quello che appare nel film, e ci mette anche la didascalia raccontando il suo amore per le parole e i periodi e l’effetto visivo che provocano sulla pagina, e poi si mette a pedalare e mostra come violenza e bellezza siano legate, prendi “Il mucchio selvaggio” – gli dice – si parla persino dell’estetica della bomba atomica e Monda si dimentica quello che accade in “Underworld” con i rifiuti, ma è la sua festa di compleanno e ormai lo sapete anche voi. DeLillo ha visto anche “Il conformista” di Bertolucci, lo dico per chi ci segue da casa. Della “Grande bellezza” vi diranno i giornali, io vi dico che non crede al peccato originale anche se ha frequentato per 4 anni i gesuiti, 2 con impegno e attenzione, 2 con la voglia di andarsene, il risultato è che non è diventato papa ma uno dei nomi di Dio nella sezione letteratura. Qua l’unico momento alto per Monda che riesce a pronunciare il nome del gesuita Teilhard de Chardin a differenza dell’innominata traduttrice. Preso dall’entusiasmo prova a tornare su immagini e dialoghi e dice: Ma Bergman eh? In Lui le due cose sono perfette che dici? E DeLillo con una perfidia sordiana risponde: «Ma i dialoghi sono in svedese». E Monda ricorda a tutti che la festa è sua, che anche le sedie sono sue, e volendo anche la piazza. A me piove di fianco Rula Jebreal, che subito penso: sarà anche il compleanno di Monda ma il regalo l’han fatto a me. E da DeLillo mi concentro sulla pelle della Jebreal sul suo candore nero, che sarà anche un ossimoro, ma è l’unica cosa che mi viene da pensare, è proprio inchiostro su un quaderno, ha un vestitino da donna di Hopper anche se si muove troppo per essere un quadro. Sarà che intorno c’è un esercito di vecchie tutte impastellate che le puoi distinguere solo per la pelle: le bianchissime sono inglesi, le tenui americane, quelle con troppo sole: capresi. Intanto il film va avanti: DeLillo confessa di aver preso i voti in seguito all’apparizione di Joyce, del suo inglese, di credere in Steinbeck, Faulkner 10522103_887757861241410_1165413455_ned Hemingway e che no l’arte non è affatto inutile come dice quello scrittore di status di Facebook che è Oscar Wilde. Che l’italiano che ha letto e che ama – forse perché nella biblioteca del Bronx c’era solo quello – è Cesare Pavese e il resto non ce lo dirà Monda. Che lui voleva essere uno scrittore americano non italo-americano nonostante i barbieri delle sue storie, e la cultura e la formazione, perché è nella natura degli Stati Uniti: questa trasformazione. Solo che DeLillo non vuole farli fallire come Jep Gambardella con le feste, ma renderli migliori, e c’è riuscito. Monda si ricorda di quando reggeva il catetere di Bellow e della sua risposta per il Nobel non dato a uno scrittore ebreo-americano o americano-ebreo ma a uno scrittore. Poi c’è spazio per tre domande come nei quiz e le domande le fanno gli amici dell’organizzatore della festa, più un nerd che gli chiede di “Amazons” (romanzo con lo pseudonimo di Cleo Birdwell, in collaborazione con Sue Buck, roba del 1980 se non sbaglio). Ha scritto quel libro quando si puzzava di fame e se ne sbatte e no non gli piace ricordare la cosa. Il canto finisce quando finiscono i titoli. Il resto sono dediche, umidità convinta (secondo un fotografo), e la domanda che non sono riuscito a fare: se DeLillo si vesta sempre come Clint Eastwood in “Gran Torino”, chissà.

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One thought on “Le convinzioni dell’umidità

  1. Raffaele ha detto:

    Ho da poco iniziato la lettura di Libra. Ogni tanto corro il rischio di perdere la strada, perciò sono costretto a fermarmi, guardarmi intorno, rendermi bene conto di dove mi trovo e quindi provare a rimettermi in marcia. In fondo è proprio questa difficoltà d’orientamento che mi sta conquistando, anche perché ho sempre preferito fare a meno del navigatore.

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