Nibali Vincenzo

Sulla salita di Hautacam, pedalando, per dieci lunghi chilometri, Vincenzo Nibali, ha perso la sua saggezza in funzione della fame di vittorie. Sconsiderato, felino, ossessivo, è andato a prendersi la tappa e molto probabilmente il Tour de France. Sull’ultima grande salita della corsa ha lasciato il suo nome. Sembrava un bimbo che doveva sfogare tutta la rabbia, che finalmente poteva correre e sudare. Zittendo tutti. Ha dimostrato, nel disordine delle strade percorse dal doping e della sfiducia, che il ciclismo ha ancora un futuro. Non è un marziano, Nibali, ma un campione che sa scegliere: momenti e strade. Incurante dei rischi, non della forma. Ha un perfetto controllo della bici, per questo non è caduto come gli altri. Elegante e slanciato. Pulito, asciutto, potente. Pur indossando la maglia gialla non ha aspettato gli eventi, li ha anticipati. Invece di godersi la vista e il suo vantaggio, di starsene sornione in bici a prendere le misure, è andato a vincere: per la quarta volta, di cui tre in salita. Con voracità. Lanciandosi in una azione che va oltre il rito, perché serve a riconquistare l’entusiasmo per uno sport che boccheggia da anni. Alle sue spalle, a un minuto e dieci, due promesse mondiali del ciclismo: Thibaut Pinot, 24 anni, francese; Rafal Majka, 25 anni, polacco. Ha vinto con una calma enorme. Aristocratica. Una calma spalmata lungo una salita di dieci chilometri, che era un allungo per dire a tutti che lui aveva una stanza a Parigi, prenotata a suo nome, e che andava di fretta. Che non era solo un uomo fortunato ma anche uno che scommetteva su se stesso anche quando poteva evitare di farlo. Froome e Contador, i suoi avversarsi, caduti, non solo sulle strade ma anche sotto i suoi colpi. Assestati senza intermittenza. Nibali ha parlato a loro e a chi non gli credeva, è andato su, prima per se stesso e poi per dimostrare che si può ancora andare, per la bellezza di farlo. Oltre le polemiche sulla sua squadra, la Astana, oltre le critiche di chi non ci sta a vederlo vincere. E stavolta i francesi non si incazzano come cantava Paolo Conte per Bartali, ma scrivono «Dantesque», per dire che in lui c’è passo, gloria, possibilità, poesia ed epica. Una grandezza morale che sta tutta nel suo attacco, che lo rende dispari, nel gruppo di pedalattori di questi anni. La sua carriera è dominata da una lenta costruzione delle vittorie, come deve essere. Tappa dopo tappa. In lui c’è una progressione che dalle gambe ai pedali esce dalle strade ed entra nei pensieri di chi lo guarda. Non è una stella è un pianeta –  anche se ora lo vediamo brillare – perché ha il fuoco dentro, avvolto in un involucro freddo. È un ribelle sereno. Educato fino all’inverosimile, gentile con tutti, mai una polemica, piuttosto monosillabi. Sarà perché gli manca la volata, è uno che ha bisogno di pensarci su, però ha la febbre salgariana dell’avventura: parte e va, per questo vince.

[uscito su Il Mattino]

foto di Bryn Lennon

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