Cartongesso

978880621841GRAIl Veneto spiegato, sezionato, raccontato e riletto. Un libro tutto lingua, una lingua che suona (l’italiano e il grezzo) e mai in modo banale. “Cartongesso” di Francesco Maino (Einaudi, pp. 258, euro 19,50), è una sorpresa enorme, non solo perché mescola generi, è un romanzo con note e accenti da saggio e un ritmo da monologo che non annoia mai, riuscendo – attraverso i dettagli – a farsi reportage: con descrizioni intime e puntuali, che bordeggiano l’antropologia. C’è un distacco céliniano tra la voce narrante di Michele Tessari, avvocato che immagina sua nonna e il suo sogno della laurea – in continuazione –  e conseguente posizione occupata (male), che si vede come un Cristo del Tintoretto (Ultima cena) e legge il tribunale come una motonave diretta a Patrasso, nei suoi disturbi che lo fanno peccatore e allo stesso tempo predicatore. Lo seguiamo mentre analizza lingua e terra, giustizia e ingiustizia, e descrive e distrugge quello che gli appare davanti. Con due fisse: il cartongesso che diventa non solo la scena fissa delle vite di tutti: ricchi e poveri, la produzione incessante di finzioni che si accavallano, verbo e moneta del Veneto contemporaneo; e la comunione dello Spritz: “1/3 vinello bianco, amabile, 1/3 aperol ovvero campari, 1/3 selz, fettina di limone, ghiaccio, due euro, bevetene tutti”, eucarestia, corpo liquido, sangue che unisce e santifica. È l’umanesimo della mescita, in un paese che muore, che dimentica, e non ha interesse a rinascere. Se non ci fosse una attenzione maniacale alla lingua diremmo che si tratta di un romanzo antropologico per la forte capacità di osservare riti che diventano derive, derive che diventano comportamenti, sommersi dalla liquidità alcolica con una introspezione da miniera. Maino è un montatore di scene e tempi, personaggi e persone, vero e falso, può tirare dentro Hemingway e renderlo credibile e rappare sulle urine di mezza Africa solo per restituire la geografia immaginativa del desiderio e della sofferenza che il Veneto contiene. È un costruttore di stupore, prima linguistico, poi narrativo. Al primo libro, mette in fila canoni e generi, sovvertendoli. È figlio di Zanzotto per l’occhio, di Trevisan per l’invettiva, di Parise per il controllo della pagina. Aggiungete il disincanto per un avvenire che non c’è e avrete un libro italiano anomalo non assimilabile al paesaggio letterario presente.

[uscito su Il Messaggero]

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