Archivio mensile:agosto 2014

È il nome che fa il gelato

Quando sto veramente male, esco a passeggiare di notte-giorno-pomeriggio, non importa, poi passo dal mio amico Frank che vende gelati di fronte al parco, lui chiude il suo frigocamion e insieme prendiamo la metropolitana. Le nostre discussioni vanno dall’obbligo della mancia in città all’aumento degli amplessi negli ascensori per arrivare alle storie più strane mai sentite (abbiamo persino una nostra privatissima classifica personale), tutto nasce per caso, poi a sistemare ci pensa la sua tassonomia. Io parlo, lui ordina. Continua a leggere

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Sedersi in panchina

Layout 1Ci sediamo in un mucchio di posti ogni giorno. Ci spostiamo da un luogo all’altro, spesso distrattamente, e alcuni diventano fondamentali. Accettando o meno di sederci, cambieremo la nostra vita. Gli allenatori stanno perlopiù in piedi a guardare la partita, a urlare, a inveire contro gli errori arbitrali. C’è persino chi prende la stessa acqua dei suoi calciatori per non farli sentire diversi, c’è chi sta seduto e scrive, chi sta seduto e guarda. Ciò che li accomuna è il verbo sedere associato alle panchine, che ormai sono poltrone spesso alte sul campo. Se accetti devi farti carico di un’esposizione fatta di telecamere e parole, quasi per giustificare quello che hai costruito e mostrato. Le trasmissioni tv sono ossimori teologici, tribunali veloci di azioni irreversibili, esercizi di giudizio. Quello che nessuno dice è che il campo è matematica invisibile, e il fuori campo è umanesimo di bassa lega. Continua a leggere

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Poderoso Caballero

Rafael Benitez è la voce del Napoli, da lui può nascere ed edificarsi l’impresa al San Mamés, contro l’Athletic Bilbao. L’eventuale epopea di una Champions League degna di essere vissuta, la possibilità di farsi o meno divinità pallonara, nume di gol e statistiche, amore di una città che vive inchiodata ai sogni che devono sempre venire da lontano, da fuori, dal mare o dal cielo e mai dal suo ventre. Tutto questo Benitez lo sa, proprio perché quella è la sua voce che si fa corpo, voce che sta sul bordo estremo, quello che vive impigliato alle reti delle porte, e, che, per paradosso, segna più di ogni altra cosa: l’orlo del tempo cittadino. Benitez sa che si rischia di essere puniti per troppa passione – anche se scomposta e fischiante –, per questo mette le mani avanti, per questo sorride e dribbla domande sulla vittoria molto più di quanti calciatori superi Mertens in campo. Continua a leggere

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Piombo, tenerezza e twitter

10615426_919084074775455_1578272716226146208_nNel dormiveglia del volo, un po’ rincoglionito dalla melatonina, penso a queste sette settimane intense, alla gente che ho conosciuto, e a quello che ho fatto. Temo di avere appena scalfito la buccia della Colombia. In realtà, a pensarci bene, ho visitato due posti in tutto: La Candelaria e il Caguán. Che schifo di viaggiatore. Non ho ammirato l’architettura coloniale di Cartagena. Non sono andato in piroga sull’Orinoco. Non ho raggiunto la Ciudad Perdida, meraviglioso complesso di rovine precolombiane sulla Sierra Nevada de Santa Marta.  Non ho avvistato le balene che da luglio a dicembre figliano nelle acque calde di Buenaventura. Non sono stato a Pasto, dal taita (sciamano) della Valle del Simbundoy, a provare il yagué, la droga degli indiani putumayos dal sapore orribile che ti fa veder chiaro nel passato e nel futuro, ma soprattutto nel presente. Non ho sperimentato l’Espiritu della Manigua, la strana fascinazione con cui la selva del Caquetá intrappola chi arriva e non lo lascia più andare. Non ho scopato le donne di Florencia, che si dice siano le più belle ed erotiche tra le già pur belle ed erotiche colombiane.
Sette buone ragioni per tornare a passare altre sette settimane in questo paese generoso e crudele. E poi l’ha detto anche la cacaomante: tornerai.

E no, Enzo Baldoni non è più tornato in Colombia, ma ci ha lasciato un gran bel libro, che quelli come Christian Rocca e Guia Soncini non saranno mai capaci di scrivere, perché non hanno mai consumato le proprie scarpe, non sono mai stati in pericolo, non si sono mai sporcati di fango e non hanno mai avuto una camicia macchiata.

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Parliamo d’altro

«Cosa si prova a 95 anni, dice? » Mi guardo nello specchio del barbiere, che sta lavorando con le forbici come se suonasse uno strumento musicale. «Quello che si prova a 95 anni è quello che si provava anni fa a 85 anni. E quello che si proverà, fra un po’ di anni, a 105. A parte i malanni: la stanchezza». Continua a leggere

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