Susana abbraccia tutti

009Come un personaggio di Mario Vargas Llosa ama la verità, l’ha detta e ha vinto. Susana Villarán (61 anni), la nuova alcaldesa di Lima, una speranza che si è fatta largo in una situazione di ostilità e indifferenza. I poveri le dicono Santìta (la sua chiarezza appare un miracolo), i ricchi: Terrorista (per la militanza nel partito comunista rivoluzionario). Ma è il primo sindaco donna della città eletto con un voto trasversale, che dopo venti anni ha riportato la sinistra al governo della capitale. La candidatura era una scommessa, per sostenere le spese della campagna elettorale ha venduto la sua casa nel quartiere Miraflores (uno dei migliori), il suo partito Fuerza Social non era contemplato. Lei e i suoi dovevano essere di complemento. Di fronte aveva uno schieramento che era una barriera da far paura: il presidente della Repubblica peruviana Alan Garcìa, il sindaco uscente e ora candidato alla presidenza Luis Castañeda, e come avversaria Lourdes Flores (Partito Popular Cristiano), potente avvocato e difensore di un narcotrafficante. Ha vinto (dopo una lunga campagna e un riconteggio dei voti) perché è una donna tenace, dura, capace di abbracciare tutti. Anche fortunata, se Alex Kouri, che aveva la vittoria in tasca, non fosse stato escluso perché non aveva domicilio a Lima, Susana forse non avrebbe vinto. L’esclusione ha liberato spazio e opportunità, che lei ha saputo usare. I tanti surfisti che aspettano l’onda giusta del Pacifico sulla costa di Lima definirebbero la Villarán: un Point Break, un punto di rottura, atteso per anni. Susana ha alle spalle una vita di lotta per i diritti civili nel paese. Per Mario Vargas Llosa «rappresenta la modernità della sinistra sudamericana, lontana dai luoghi comuni». È stata ministro delle donne e dello sviluppo sociale nel governo di transizione di Valentin Paniagua Corazao, dopo la dittatura di Fujimori. Figlia del più grande venditore di Ford dell’America Latina, Fernando Villarán, scelse di vivere con suo marito Manuel Piqueras  (ex congressista, padre nobile della sinistra del paese) a Caja de Agua un posto dove stavano i migranti che arrivavano in città dalla Sierra, rinunciando ai privilegi paterni. Ha studiato sociologia in Cile, abbandonato di corsa: suo marito (ora ex, hanno divorziato da due anni, anche se sono ottimi amici) era sulla lista di Pinochet, andava eliminato. Hanno dovuto lasciare allo stesso modo il Perù, stavolta era Fujimori a non volerli. Nel 2006 fu candidata alla presidenza del paese, e non andò bene. Le rimaneva Lima, che viveva la sua stagione peggiore. Scommise promettendo(si) un sogno. La città è un sistema illegale, dai trasporti pubblici fino all’inaccessibilità di molti quartieri, con un tasso di violenza altissimo, in un sondaggio del maggior giornale del paese, El Comercio, in occasione della fondazione della città, il settanta percento dei cittadini invocava la sicurezza. Lei spera di arrivarci attraverso la cultura «sono la Lima che bolle, che annuncia un tempo nuovo, la regola che riscatta il sommerso». Il suo slogan “una Lima para todos” va contro il “qua vale tutto” che è la normalità nel paese. «Lima è una città ottimista, che sa afferrare le cose belle, anche disordinata, caotica, ha tutto il bene e il male dei posti fatti crescere in fretta, per questo possiede una formidabile energia sociale, e su questa punto per darle un futuro». A vederla in giro per le strade fa impressione la sua popolarità, sembra davvero la mamma 011della città, come dice sua figlia Soledad «quando la vedo tra la gente, non la sento più mia, sento la sua energia, la sua forza, la sicurezza che passa agli altri e sono contenta, anche se mi chiedo: ma quella è mia madre?» Susana trova il tempo per tutti, li abbraccia, ma non abbassa mai la guardia. Per capire immaginate un incrocio tra il rigore della Bindi, la popolarità di Vendola e il mondo felliniano di Veltroni. Popolare senza mai scadere nel populismo. La classe nel vestire ne fa una signora distinta, c’è sempre un tocco di colore in tono con il suo sorriso, ma lo stile è dato dalla misura che ha nell’esporsi, ha la capacità di fermarsi un momento prima di scadere nell’effetto caudillo. «Cerco di educare al sogno i miei cittadini, durante la campagna elettorale ho parlato di un sogno per Lima e mi dissero che le città non sono fatte di sogni. Però ditemi una sola città che non ha risolto i suoi problemi senza passare per un sogno. E penso alla trasformazione urbanistica di Barcellona». Per farlo ha rivoluzionato il progetto del suo predecessore Castañeda che aveva appaltato l’intera Costa Verde ai privati per costruire hotel e ristoranti. Lei l’ha restituito alla gente, lasciandolo pubblico, ridisegnando una camminata di chilometri e collegando la parte alta alla spiaggia, e i giornali hanno scritto della scoperta dell’oceano. «Il mare era qui, di fronte, bastava non dimenticarlo». Ha questa abitudine, non dimenticare mai. Non ha dimenticato nessuno durante i festeggiamenti per la fondazione della città, nemmeno i morti del processo di violenza politica che hanno colpito il paese dal 1980 al 2000. E nel giorno dell’inaugurazione della mostra “Chalina de la esperanza” è arrivato il nobel per la letteratura, che diceva bene di lei ai giornali di mezzo mondo, non erano amici, si conoscevano a distanza, lei per aver letto i suoi libri – anche se lo scrittore preferito rimane Camus – lui per averla seguita nel processo di lotta per i diritti nel paese e per la singolare campagna elettorale «pochi soldi, molte idee». La alcaldesa ha due donne che reggono il sogno: Rebeca Panchano Petrovich e Iris Jave. Ha messo a capo della commissione investigativa su un sistema a scatole cinesi di imprese create dall’ex sindaco Castañeda – di cui pare fosse anche il beneficiario –, Marisa Glave Remy una ragazza di 29 anni.  I suoi modelli politici sono Michelle Bachelet e José Mujica. E quando le chiedono perché è così importante la verità, risponde: «è l’unica maniera di rispettare gli altri».

le foto sono di Maria Vittoria Trovato

[pubblicato su D di Repubblica – n° 152 – 2010]

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