La certezza di sapere sempre dove andare

Gustave Le GrayJack Daniel’s, pistole, e la certezza di sapere sempre dove andare. Col vento o senza, su e giù per l’oceano Atlantico, la prima figura di eroe pop. La vita di Giuseppe Garibaldi non è stata facile e non ha avuto ancora fine. Tanto che non la puoi misurare. Giocata sul bordo. È una di quelle vite che tutti guardano passare, che tutti prima o poi ci cascano dentro, perché riguarda il mondo, in questo caso due, mondi. È come i libri di Salgari, non smetti mai, fanno giri larghi e si ripresentano, anzi, lui, è personaggio da Salgari, con le avventure per mare e terra, la voglia di libertà e le identità inventate per mascherarsi: un fumetto, un supereroe, che fosse stato americano ci sarebbe una saga, con el diablo in fuga e tutti ad inseguirlo, gli amici a nasconderlo e le notti passate a guardare fuori dalla finestra, braccato e mai stanco, fuggiasco anche se «non può tagliarsi la barba per ragioni di look», come cantava Sergio Caputo. “Tutti i nomi di Garibaldi”, potrebbe essere il romanzo di Salgari sulla vita del generale, di cui era un ammiratore. Salgari solo con gli episodi minimi, tipo la liberazione di cento schiavi neri a Montevideo, c’avrebbe fatto un romanzone. Leggendo delle sue imprese capisci perché lo odiano, non solo borbonici e leghisti, la fila è lunga, perché si odia solo quello che è eterno. Adesso potrebbe provarci Paco Ignacio Taibo II, salgariano, e per forza di storia e avvenimenti: garibaldino. G. era una macchina per soddisfare i sogni di libertà, se lo son portati dietro i partigiani e tanto Sudamerica, che pure il quadro dei ricordi dove farlo stare era stretto: tra Bolivar e Che. Joseph Pane, marinaio napoletano o Giuseppe Garibaldi è sempre stato moderno, con i suoi giorni a New York di fame e candele e le discese panamericane. Era l’italiano in fuga: malinconia in petto, rivoluzione in testa, e non stava fermo un momento. E ci potevi giurare se ti diceva una cosa la faceva. Il suo campionato è quello di Dante, Giulio Cesare, Leonardo e anche Sandokan o Marlon Brando, perché Garibaldi era da film, una star e gli sarebbe piaciuto Amedeo Nazzari, con lui avrebbe bevuto rum di certo. Cleombroto (nome di battaglia scelto da G. da un re spartano che combatté contro Tebe) che riempiva le piazze ora se le guarda dall’alto delle statue che gli hanno edificato, di notte, nella solitudine delle stazioni vuote o di qualche fredda Avenida. Ma non si è mai chiesto se ne valeva la pena, perché la ragione dell’andare stava nella sua natura. Andava a morire, senza darsene conto. Ha sempre preteso le cose, come quando ad Anita, vista da un cannocchiale, mentre era a bordo dell’Itaparica, disse in italiano: «tu devi essere mia». E Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, diciotto anni, obbedì. Difficile resistere, ancora più difficile stargli dietro. A uno che ha navigato con un piroscafo a elica che portava il nome di “Salvatore” non puoi non volergli bene, perché sembra davvero una canzone di Caputo. Perché Garibaldi sapeva tenere insieme i Caraibi e Castellamare, Marsiglia, Lima, Rio e il mar Nero, e  bisogna aver visto la sua statua a Montevideo o a Buenos Aires ed essere stati soli in quelle piazze e aver avuto bisogno di essere rincuorati, per capirne il mito. Oggi, “Time” gli avrebbe fatto copertine a ripetizione, mentre cerca un Garibaldi che non c’è tra i rivoluzionari d’Egitto, Libia, Tunisia. Difficile trovarne un altro. L’ultimo Garibaldi è stato Ernesto Guevara. Ora la democrazia si esporta con  caccia e carri armati, e certi progetti si fanno nei romanzi come pure certe imprese. Con Anita sarebbe finito nei rotocalchi. Non c’è, eppure la sua faccia è onnipresente come Obama negli Usa e Mandela in Sudafrica. E nell’Italia prima di google, la Lega la guardava dalle mille lire, e gli ha pure fatto compagnia nelle tasche. Ha avuto anche buona sorte ma se l’è cercata senza mollare mai. Con l’unica certezza che lo schiavo ha il diritto di fare la guerra al tiranno. Difficile per uno così avere a che fare con la tv, se ne starebbe in Africa, ma non ad assaporare la vita giocando come Rimbaud, a lui non sparerebbe Verlaine per troppo amore, ma un esercito, mirando al cuore, e scamparla significherebbe dare una nuova occasione a chi sta sotto e subisce. Quando senti Bossi dargli del fesso, o altri del ladro, pensi non è solo per invidia – bisogna essere davvero molto presuntuosi per non riconoscergli il posto che si è guadagnato –  ma anche per paura. È morto e resuscitato molte volte, ha scritto persino dei libri, il suo sembra un tempo dilatato. Mi piacciono gli ultimi metri delle storie, i dettagli, i gesti piccoli e dimenticati, perché c’era troppo da raccontare, figuriamoci per uno divenuto un aggettivo, meglio dei francobolli. Nei suoi ultimi giorni fu assistito da un medico di una nave ancorata alla Maddalena, La Cariddi, come un marinaio. Tutta l’intensità dei suoi passi era ancora una volta legata al mare.

Gustave Le Gray, ritratto di Giuseppe Garibaldi, Palermo, 1860

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5 thoughts on “La certezza di sapere sempre dove andare

  1. Salvo ha detto:

    mi sa che su “l’eroe” bisogna un po rivedere come stanno le cose :
    http://iltalebano.com/2012/03/09/la-truffa-dellunita-ditalia-dal-ladro-garibaldi-ai-rothschild/

  2. rodixidor ha detto:

    Continuando il parallelo ci sarebbe da chiedersi se Sandokan avrebbe mai trovato un accordo con Cavour mediatore dei Savoia oppure avrebbe continuato a combatterlo come fece con Sir Brooke intermediario del Casato di Windsor.
    Per noi romantici Salgariani la risposta è una, lasciamo interpretazioni e paralleli ipotetici agli storici meno romantici e più flessibili.

  3. […] «Non aspetta il destino va a cercarlo. È un atteggiamento salgariano. Sa che Salgari stava scrivendo un romanzo su di me? “Tutti i nomi di Garibaldi”». […]

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