La misura del vuoto

balotelli3Adesso che il campionato italiano di calcio è di nuovo chiamato a misurare il vuoto lasciato da Mario Balotelli, che va via in Ferrari, dal Milan verso il Liverpool, senza salutare nessuno, in molti sentiranno la sua mancanza. Quando prenderanno coscienza di non avere più un calciatore capace sia di risolvere una partita che di mandarla all’aria. Perché piaccia o meno, Balotelli è l’imprevedibilità del gioco del calcio, che per brevità diremo: la bellezza del campo. Va a sostituire Suarez, e torna a giocare in Premier League, lasciando l’Italia per la seconda volta nel giro di quattro anni. È ancora un campione irrisolto, di sicuro un isolato incapace di fare gruppo, un irriconoscente (citofonare Prandelli e prima Mancini), un generatore di problemi, un calciatore ingovernabile fuori e dentro il campo: a volte col passo e l’animo del disertore altre con il piglio del leader, però è anche vero che con lui se ne parte anche la musica. È come se da una festa andasse via il dj, quello accreditato per farvi divertire, ditemi ora chi rimane a sovvertire l’ordine dei novanta minuti, chi sarà capace di segnare e farsi espellere twittare contro tutti e poi giocare ancora smentendo se stesso e le sue parole? Nessuno, perché Balotelli è dispari, e no, non ha sostituti. In tanti saranno contenti, non fidatevi del loro conformismo, il campionato perde un ragazzo fuori dal tempo e dalle regole, che ancora non ha trovato il suo centro di gravità permanente ma intanto il suo girare per i campi italiani faceva bene, costruiva storie, regalava colpi di tacco o punizioni da conservare, e sì, anche passeggiate solitarie da smemorato degli schemi. Rimarrà poco di cui parlare, molto meno di cui scrivere, bisognerà seguire la Premier, dove Balotelli va a giocare, e non al ribasso, ma nella squadra che l’anno scorso ha mostrato il calcio migliore, sperperando proprio sul finale, e bene potrà comprendere chi ha fatto dello sperpero una categoria della propria vita. Non è George Best ma può ancora diventarlo, può ancora provare a immaginarsi migliore, a recuperare quello che a sprazzi ha mostrato di avere. Bisogna andare via, perché tutto o quasi si comprende allontanandosi dalle zone calde, perché tutto si comprende svignandosela o agendo. Milano è ambizione feroce, va bene per Pippo Inzaghi che deve replicare in panchina la sua fame da campo, Balotelli è un dandy inconsapevole, uno da un solo gesto a partita, giovinezza immolata, mostrata e magnifica. Il suo è un continuo calcio del rimando, almeno lo è stato fino ad ora, quasi che rifiutasse di farsi definitivamente eroe. Non sente appartenenza, o se la sente lo mostra in modo scomposto, è uno da braccia conserte più che alzate al cielo. È un innamorato intermittente del pallone, molto più spesso è un orfano delle sue capacità, oscilla di continuo, ci sono partite che sembra Oblomov e altre dove fa l’incredibile Hulk (il personaggio della Marvel non il calciatore brasiliano), prima o poi riuscirà ad 10568818_10153081361337306_7949508989361112762_nessere Gigi Riva, quello al quale somiglia di più. Ha una indolenza, un distacco, una avversione enormi verso tutto quello che è gruppo, comunità, tribù, e un amore per l’isolamento che si provoca di continuo. Ai mondiali è stato capace di calamitare tutto l’odio del paese peggiore, passando in tre partite da eroe e farabutto, ma il suo vero problema è che agisce a istinto non a progetto. Non ha ancora trovato un vero maestro, adesso tocca a Brendan Rodgers (allenatore del Liverpool) che ha la pelle da tamburo. Balotelli rimane un calciatore in ciabatte, un rapper perso per i campi, un personaggio di Spike Lee, una pantera che spesso agisce da gattino, una incognita e a tratti una magnifica promessa d’area di rigore. È Armonica che stona e brucia quello che gli sta intorno, incapace di controllare la sua bulimia di vita. Tanto che si è autorelegato tra i personaggi da referendum, e invece di chiedersi “Why always me”, avrebbe dovuto rivendicare che chi riesce a regalare felicità è grande come chi regala paura. E twittare “Lover, you should’ve come over”, perché in Inghilterra lo sanno, in Italia no.

 [uscito su IL MATTINO]

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4 thoughts on “La misura del vuoto

  1. Monia Bracciali ha detto:

    D’accordo su tutto ma Gigi Riva no. Riva mai. Inoltre, vista la mia conoscenza del calcio ed età, devo scomodare la frase retorica per cui Balotelli non assomiglia a nessuno se non a Mario Balotelli

    • mexicanjournalist ha detto:

      vedrai, diventerà Riva o niente,

      • Monia Bracciali ha detto:

        Magari. Io lo vorrei tanto. Fossi stata adolescente negli anni ’70, sarei impazzita per Riva. È solo che non ci credo e lo dico nonostante in questi anni io abbia sempre difeso Balotelli. Ti spammo questo http://tacchettiaspillo.com/2012/06/29/hofattopiangerelagermania/ 😉

      • mexicanjournalist ha detto:

        Giggirriva è un superman triste che fuma lento. O almeno io lo vedo così, l’ho sempre visto così, con il suo costume da supereroe, la G enorme sul petto gonfio e la cicca fumante fra le labbra, ovvio. E che a sentirne parlare da bambino uno doveva per forza vederlo come un fumetto, un eroe, tutto forza, svolazzi, impegno e coerenza, ecco forse è questo il punto: la sua ingenua, pazzesca, caparbia voglia di non cambiare: maglia, città, posizione. Il suo mondo fantastico, il calcio diverso, Scopigno che diceva: lanciate il pallone allavivailparroco. E poi la sua voce, il suo sguardo, e lui che salta sotto gli occhi infantili di Pelè, a vederlo oggi sembra proprio che Giggirriva non invecchi, come Diabolik e Corto Maltese, passa il tempo e il rombo resta uguale. Un’eco di avventura, una vecchia saga che mette allegria, un porto sicuro. Eppure è solo un attaccante, il migliore, nessuno pensi di andargli dietro, non lo prendi mica uno così, inutile marcare.

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