Poderoso Caballero

Rafael Benitez è la voce del Napoli, da lui può nascere ed edificarsi l’impresa al San Mamés, contro l’Athletic Bilbao. L’eventuale epopea di una Champions League degna di essere vissuta, la possibilità di farsi o meno divinità pallonara, nume di gol e statistiche, amore di una città che vive inchiodata ai sogni che devono sempre venire da lontano, da fuori, dal mare o dal cielo e mai dal suo ventre. Tutto questo Benitez lo sa, proprio perché quella è la sua voce che si fa corpo, voce che sta sul bordo estremo, quello che vive impigliato alle reti delle porte, e, che, per paradosso, segna più di ogni altra cosa: l’orlo del tempo cittadino. Benitez sa che si rischia di essere puniti per troppa passione – anche se scomposta e fischiante –, per questo mette le mani avanti, per questo sorride e dribbla domande sulla vittoria molto più di quanti calciatori superi Mertens in campo. Rafael Benitez è la voce del Napoli e di Napoli, che prova a tutelare l’ossessione, a regolare la voglia, a conservare e riprodurre quella che si scioglie in novanta minuti ma che per un mucchio di motivi è riassumibile in “occasione” con un rosario di aggettivi al seguito, una processione che cammina scomposta e troppo troppo rumorosa. E quell’occasione per Benitez è doppia, per lui spagnolo di Madrid che va nel mare grosso del golfo di Biscaglia a giocarsi una partita che deciderà se non la stagione almeno i discorsi dei tassisti per un anno, le abitudini di molte donne, i nomi che saranno pronunciati e che battezzeranno tempi e mesi e persino gli orari di ricevimento degli avvocati e dei medici. Perché Benitez, in quanto voce è anche confine, di quello che accadrà dopo, per lui e per la squadra. Perché è da lui che verrà fuori l’immaginazione di spazi e posizioni, e che rimbalzerà negli spigoli della città. Benitez è la voce del Napoli e di Napoli, quella che vorremmo ci fosse sempre, capace di sostituirsi alle esagerazioni e agli accanimenti, che è capace di supplire agli eventi con il progetto e non col santo, che elabora il gioco e lo spiega, che stabilisce la meta e ci arriva. Che cambia faccia alle cose e magnifica quello che ha, e no, non concede tregua all’emanazione del peggio che a Napoli è vortice. Benitez è la voce del Napoli e di Napoli portata in Europa senza gli scompensi, la sguaiataggine, e persino la tristezza delle lacrime dei tanti fallimenti, delle voragini aperte dalla pioggia e cantate da Nicola Pugliese, della politica mancata e dei sogni sudati a perdere, sgravata dai farneticatori. E, per questo, Benitez, deve per forza di cose farsi Rafael Benitez“poderoso Caballero”, seguendo i versi di Francisco de Quevedo (che, in un ritratto di Diego Velázquez, gli somiglia, persino) e spiegare ai suoi calciatori che la partita contro l’Athletic Bilbao deve essere vinta, in virtù del suo essere voce, di quello che ha vissuto, di quello che ha già visto e conseguito, del suo Liverpool col Graz, del Milan rivoltato, del passato conquistato ed esibito. È un ragionamento spavaldo, certo, perché è così che bisogna ragionare stando al San Mamés. Fuori, lontano, la città lavorerà, imprecherà, si consumerà ancora più velocemente, nella frenesia di non pensare a quello che potrà succedere. Le voci no, si fanno moto, azioni, supporto. È la loro ricchezza. E quella delle squadre e delle città: è il dono di averle e di saperle misurare, pesare, tutelare. Perché le voci cambiano faccia alle squadre e le squadre cambiano faccia agli anni, li rigirano come quarzi.

[uscito su IL MATTINO]

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