Sedersi in panchina

Layout 1Ci sediamo in un mucchio di posti ogni giorno. Ci spostiamo da un luogo all’altro, spesso distrattamente, e alcuni diventano fondamentali. Accettando o meno di sederci, cambieremo la nostra vita. Gli allenatori stanno perlopiù in piedi a guardare la partita, a urlare, a inveire contro gli errori arbitrali. C’è persino chi prende la stessa acqua dei suoi calciatori per non farli sentire diversi, c’è chi sta seduto e scrive, chi sta seduto e guarda. Ciò che li accomuna è il verbo sedere associato alle panchine, che ormai sono poltrone spesso alte sul campo. Se accetti devi farti carico di un’esposizione fatta di telecamere e parole, quasi per giustificare quello che hai costruito e mostrato. Le trasmissioni tv sono ossimori teologici, tribunali veloci di azioni irreversibili, esercizi di giudizio. Quello che nessuno dice è che il campo è matematica invisibile, e il fuori campo è umanesimo di bassa lega. Alcuni hanno stile, altri non sanno nemmeno parlare. C’è quello che ama litigare e quello che è molto più bravo in conferenza stampa che in campo, c’è chi piace agli sponsor e chi ai giornalisti, ci sono gli antipatici persino al proprio tifo e quelli che si farebbero ammazzare per una battuta. C’è quello che mette la tuta e quello che ha sempre giacca e cravatta, c’è quello calvo e l’altro sovrappeso, c’è quello che è rimasto ragazzino e quello che invece è sempre stato vecchio. Sì, anche in campo, quando giocava. C’è il prudente e lo scapestrato, il filosofo e l’arruffone, l’affarista e lo scroccone, il timido e lo scontroso, quello che prende a schiaffi e quello che lascia parlare il suo secondo. E tutti però ci tengono a vincere, e chi non lo dice mente, soprattutto a se stesso. Spesso si arriva a sedersi su una panchina dopo aver corso tanto come calciatore. Dovrebbe essere un riposo, in realtà è una sofferenza doppia, perché il calciatore può immaginarsi in campo, l’allenatore no, però può giocare col campo come un dio con le sue creature, ed è questa condizione a relegarlo oltre il campo e sulla testa di chi gioca. Ecco, la vera difficoltà è la testa di chi gioca. Ogni calciatore è un sistema complicato da gestire, non importa se sia un campione o meno. Importa che l’allenatore abbia un metodo che funziona. In alcuni casi ci vuole tempo per metterlo a punto, in altri no. L’allenatore è sempre straniero, anche quando allena la squadra nella quale ha giocato. Sarà sempre solo, persino quando in allenamento si troverà al centro dell’intera formazione e delle riserve. E che litighi o meno col presidente, che abbia o meno un buon rapporto col capitano, che sia l’idolo o meno della tifoseria, sarà sempre l’ospite di passaggio, l’estraneo nello spogliatoio. L’allenatore è un outsider più del portiere. Certo, in Inghilterra alcuni, come Alex Ferguson, hanno avuto anni e anni a disposizione per sfatare questa condizione, però poi, nonostante statue e strade a loro intitolate, sono tornati quello che erano: stranieri. Nel migliore dei casi un allenatore è un uomo che ha smesso di giocare. Che sia stato bravo o meno, che abbia smesso presto o tardi, per infortunio o per noia, che abbia contato qualcosa per squadre e città, non ha importanza. La sua è una condizione nuova, in bilico, dove le equazioni col passato non valgono, o se valgono, è per poco. E dove bastano due cambi sbagliati, un difensore fuori forma o un attaccante che si è innamorato per scadere nelle classifiche dei giornali e in quelle dei tifosi. Vieni retrocesso a incapace, e solo il salto geografico e una buona dialettica ti permettono di rialzarti. E allora ricominci daccapo. Devi guadagnarti la fiducia. Arrivi, cucini e apparecchi, assicurandoti che tutto sia al posto giusto, perché è una questione di geometrie: la differenza tra un partita e l’altra è segnata dall’occupazione di spazi, dallo schema dei pensieri, dal senso delle parole e da un dato numero di uomini in campo. I gol sono l’apparenza per i tifosi, l’emozione per chi guarda. Il calcio è iceberg, non sai mai qual è la parte sommersa che ti sta fregando. E devi misurare di continuo, sperare che i tuoi uomini abbiano capito la lezione, recepito il compito, e che sappiano eseguire il comando. Poche, limitate azioni per i gregari e libertà per quelli che se la possono permettere. Sì, il campo è una società ultraliberista dove il merito è al singolare, e non è detto che duri. La percentuale di errori è altissima, e i fattori che determinano la sconfitta sono in numero maggiore di quelli che garantiscono la vittoria. Insomma, è caos, e tu sei chiamato a governarlo, prima e durante. E dopo devi anche spiegare come. Ci fanno scrivere libri e applicano il nostro metodo alle aziende, ma molti di noi fuori dal campo non sanno nulla della vita, se non quel poco che vedono passare tra aeroporti e campi di pallone. Basterebbe che parlassero dei modi che hanno per tornare a casa, invece no, agli allenatori piace farsi maestri di carattere e d’esistenza, e dimenticano l’approssimazione del campo, dimenticano persino i calciatori chiave, e si mettono a sproloquiare. Li puoi trovare alla tv, tra le cosce delle modelle e la calvizie dei politici, a dispensare consigli su come dimagrire. E ci sta, figuriamoci se ho tempo da perdere con quelli che hanno voglia di farsi guardare. A me però interessano quelli che a un certo punto gli viene a noia tutto e se ne vanno, e dopo anni i giornalisti li trovano nei bar, come se nulla fosse, o a vendere auto. Di certo non si mettono a fare gli assicuratori, hanno imparato i rischi della vita e sanno che per salvarsi non basta una polizza. Al massimo si mettono a produrre vino, e poi tornano a quattro giornate dalla fine per salvare la vecchia squadra che hanno portato in Europa, come soccorrerebbero una ex morosa per strada. Senza passione, solo per sentirsi dire ancora «grazie».

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