Fango, polenta e pallottole

coverLa Resistenza come un western, ecco quello che ha fatto Giulio Questi con “Uomini e comandanti” (Einaudi, pp. 190, euro 18). «La Resistenza non è stata solo Bella ciao e gli uomini non furono solo degli eroi. Accaddero cose straordinarie. Di sacrificio estremo. Ma io ho voluto raccontare il mondo che sta sotto più che quello che sta sopra». Capovolgere la storia, cambiare sguardo. Giulio Questi, sposta il tiro, non è una operazione di riscrittura, ma un cambio di prospettiva. Con una lingua asciutta, mai retorica, piena di dettagli, con molta natura e animali sullo sfondo, racconta quello che credevamo di sapere. Fango, polenta e pallottole. Racconti che non cantano imprese ma fame, che non accarezzano l’ideologia ma raccontano la paura di giorni normali: quella che stava in petto a ragazzini e uccellini, casse da morto, mitragliatrici e attentati che si rivelano imboscate. È un libro sorprendente, pieno di storie, che non lascia il tempo per annoiarsi. Non c’è nessuna imposizione ma una normalità carveriana applicata ai giorni di gloria della migliore gioventù italiana, quella che salì in montagna, non senza errori, non senza implicazioni che ci siamo tirati dietro fino ad oggi e che non abbiamo ancora discusso abbastanza. Ma Giulio Questi viene dal cinema (vi consiglio di vedere almeno due suoi film “Se sei vivo spara” un western bellissimo e “La morte ha fatto l’uovo” un giallo in un allevamento di polli), e nei racconti si sente, perché non ci sono tempi morti, non ci sono pagine inutili, la sua è una rincorsa all’essenzialità. Vuole farci vedere altro, rispetto ai libri di storia, il suo è un film diverso, non ci sono sovrastrutture, ma tanta giovinezza, spazzata via. È un lavoro sulla memoria, un elenco di azioni, quasi un gioco al ribasso, indisciplina, fame, farina, gatti e topi, mai compiacimento né rimpianto. «La mia memoria mi inquieta perché non è dolce né arrendevole. Mi stordisce come un pugno violento. E non posso farci niente». Non deve fare i conti con nessuno, regalare emozioni, appuntare medaglie, ingraziarsi parti, anzi, per questo il risultato è un libro enorme, tra i migliori sulla Resistenza. C’è una tale leggerezza, un tale disincanto, una distanza da tutta la pomposità su quelle vicende che invece Giulio Questi riporta alla normalità senza sporcarle, persino quando le riduce alla caccia per un pezzo di polenta, freddo, per giunta. «Forse la mia grandezza è nel non essere mai stato grande». Sembra Monicelli, solo che Giulio Questi se ne andò in Sudamerica più per amore che per le idee, e, infatti, nel libro non manca il suo ricordo di Gabriel Garcia Marquez (ultimo racconto), anche lui, addomesticato alla cultura del minimalismo, tra una telefonata e la busta della spesa.

[uscito su IL MATTINO]

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