Quirino Monzoni si chiamava il mister

Layout 1Avevamo la maglia a righe e non aspettavamo gli avversari perché il nostro mister diceva che non bisogna aspettare mai niente, nemmeno il futuro. «Aspettare è una cosa da vecchi, e voi siete dei ragazzi.» A noi la storia piaceva e correvamo tanto, spaventavamo gli avversari e tenevamo sempre il pallone. Quirino Monzoni si chiamava il mister, e aveva modi spicci. Anche dolcezza, a modo suo: quando facevi il giusto ti strizzava l’occhio, ammiccava per dirti «ok, ci siamo», e ci aggiungeva anche un sorriso. Con me lo fece dopo un gol, e io, che mi ero fermato, ripresi a correre e andai ad abbracciarlo. Lui, che non si aspettava il gesto (forse era la prima volta, anzi, di sicuro era la prima volta), apparve impacciato come una foca, sembrava che non avesse le braccia. Mentre mi allontanavo mi disse: «Non lo fare più, è una cosa da checche, riprovaci e tu e la panchina diventate una sola cosa». Era così, un pistolero da bordo campo. E nemmeno si scomponeva quando segnavamo, e quando vincemmo il campionato sembrava che fosse normale. Anche perché lo vinceva quasi sempre. Di lui sapevamo pochissimo, solo che era stato stopper e capitano dell’Atalanta e aveva chiuso la carriera alla Sampdoria. In seguito scoprimmo che era divorziato. Fine della biografia. Il resto erano completi blu e un cappotto, sempre lo stesso, che per noi era un segnale: se lo indossava, l’allenamento sarebbe andato liscio; se invece lo portava al braccio, erano cazzi. Noi avevamo la maglia a righe bianco e verdi e ancora molto da imparare, sia dentro che fuori dal campo. E lui, il mister, su richiesta del presidente, per una volta non mise vestito e cappotto, ma tuta e giubbotto ufficiali, e così appare, all’estrema sinistra per chi guarda, infastidito ma non troppo. In fondo era la partita dopo la vittoria certa del campionato. E questa foto è un confine: dopo, nessuno di noi è stato più lo stesso. Un paio sono finiti anche a giocare in Premier. Non vi dico i nomi, se siete bravi ci arrivate attraverso le facce. Siamo qua per il mister: Quirino Monzoni, specialista in mocciosi, prendeva i ragazzini e ne faceva dei calciatori. Poi stava a loro decidere se farcela negli anni a venire, e lontano da lui. Monzoni non voleva essere nessuno, era un allenatore di ragazzini: così rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano perché non ambisse ad allenare altre squadre, a sedersi su una panchina migliore, magari di un club del massimo campionato, insomma perché non andasse mai oltre. Eppure, male che andasse, vinceva il campionato ogni due anni, e almeno due dei suoi calciatori finivano in grandi club. Era una certezza, Monzoni. Famoso anche all’estero. Molti venivano da noi per studiarlo o intervistarlo, e lui perdeva la freddezza e forniva spiegazioni come se fosse l’amministratore delegato di una casa automobilistica. Sembrava strano, ma erano solo buone maniere. Gli ponevano domande e lui rispondeva; volevano vedere i suoi allenamenti, sentirlo urlare, e lui acconsentiva. Sapeva che c’era dell’altro, che i giornalisti e gli osservatori si perdevano: il suo occhio, la sua applicazione e la sua capacità di cucire gli sport. Ci portava alle partire di hockey su ghiaccio per farci vedere le verticalizzazioni, o a quelle di basket per imparare a giocarsela fino alla fine. Ciò che saltava agli occhi subito era che non ci era consentito alzare il pallone se non nei palleggi in allenamento. Nelle partite era vietato, come era vietato contraddire lui e l’arbitro, in quest’ordine. Quelli di noi che sono diventati professionisti hanno conservato l’impronta di questo modello educativo. Potrei riconoscere chi è passato per una stagione con Monzoni anche nei campionati africani. Non giocavamo solo a calcio, imparavamo a stare al mondo. Monzoni era l’università dello sport fatta in casa. Sì, certo, nel nostro club tutti erano pazzi di lui, e anche chi allenava a un livello superiore o giocava nella massima serie sapeva che Monzoni era migliore. Forse pigro, forse vigliacco o solo abitudinario, aveva trovato il posto giusto dove fare quello che gli andava, anche se agli altri appariva come uno che si accontentava di giocare a ping pong con i bambini invece di vincere la Davis. Intorno c’era questo mistero, e sempre la stessa domanda, che poi assilla tutti quelli che trovano il loro mondo e lo sanno, mentre gli altri, alle spalle, si chiedono: ma perché non cambia? Perché non allena in altre categorie? Perché non la smette con i soldatini e non va in guerra?

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