Il segreto di Joe Gould e degli altri come lui

1-00001-Lee_Jeffries_HomeDiventiamo i posti che abitiamo. Forse. Ci vogliono prove, e il fotografo Lee Jeffries le ha trovate. Ha girato diverse città: Londra, Los Angeles , Las Vegas, New York, Parigi, Roma e non è ancora finita. E poi è tornato: con un catalogo di facce che sono strade, vicoli, marciapiedi, palazzi di quelle città. Visi di uomini e donne, che si sono fatti architettura, a furia di stare immobili all’esterno, a furia di non essere guardati come essere umani. È lo sguardo degli altri che ci far star bene? A volte sì. queste persone, invece, prima che arrivasse Lee non erano più guardate, erano sassi, stagni, nel migliore dei casi manifesti. Mancavano di vita per chi gli stava intorno. Erano talmente esposti da non essere più notati. Avevano una tale voglia di essere visti (nessuno più aveva provato a chiederlo) che hanno mostrato tutto se stessi. Non c’è bisogno di parole, questi homeless dicono molto più del libro di Joseph Mitchell* che anni fa raccontò la storia di uno di loro, Joe Gould, e del suo segreto (poi divenuto bibbia sull’argomento). Questa volta a parlare sono tanti, diversi, e lo fanno con le facce, le barbe le rughe, le mani, gli occhi, componenti di un dolore non cercato, ricevuto per inerzia. Pezzi di una storia che si alimenta di continuo, sono caduti all’amore, al lavoro, alla guerra di sopravvivenza, senza morire, ma o-00001-Lee_Jeffries_Homescomparendo sotto gli occhi di tutti. Hanno avuto case e famiglie, lavori e persino ambizione, erano elementi che producevano calore, poi si son congelati, ma solo per le città che gli stavano intorno. Scegliere la strada o essere costretti a farlo è un percorso che porta un cambiamento di stadio da umani a fossili. Jeffries è andato a riprenderseli, seppure per poco, gli ha detto: siete ancora vivi, non diventerete mai metalli rancorosi, fin quando ci sarà qualcuno disposto a guardarvi. Andando oltre l’attrattiva magnetica che ha fatto della povertà uno spettacolo, della sofferenza una produzione, della morte una finzione. C’è una frequenza di sguardo che passa per il silenzio di queste fotografie, che dice: esiste una dignità e un rispetto anche nel guardare, c’è una forza anche nello scattare fotografie, quando non si vuole minimizzare una vita o semplicemente ritrarla, ma quando la si vuole salvare, aldilà della emotività del colore, della gestualità di chi viene ritratto, quando si reinventa la distanza tra chi è guardato e chi guarda.

***

0-00001-Lee_Jeffries_Home*Difficile dire cosa sia stato Joe Gould, c’ha provato due volte Joseph Mitchell, due ritratti a distanza di venti anni che uscirono sul “New Yorker”, il primo nel 1942 “Il professor Gabbiano” e il secondo in volume nel 1964 “Il segreto di Joe Gould”. Ora, entrambi, nel libro “Il segreto di Joe Gould” (Adelphi, pag. 152, euro 10). Tentativi di restituzione di una vita avvolta dal mistero, poteva avere questo sottotitolo, la storia, perché i dubbi restano, come resta la curiosità di saperne di più di un uomo che viveva al Greenwich Village da barbone, alcolizzato, ma che era anche un genio, un uomo coltissimo capace di colpire la curiosità di William Saroyan (grande scrittore, purtroppo poco letto, gli è mancato un Bukowski che ha salvato Fante). Ubriacone, intellettuale fuori dagli schemi, eccentrico, ciarlatano. Era molte cose, tutte trascinate per le strade di  New York. Laureato ad Harvard, proveniente da una importante famiglia del New England, si portava dietro la sua storia orale del mondo, trascritta su quaderni e quaderni, dispersa nelle stanze di fiducia di amici e conoscenti. Una grande opera, trascrizione di ogni conversazione avuta o ascoltata, da alcuni fortunati letta in frammenti, anche perché – a suo dire – era nove volte la Bibbia, milioni di parole che declinavano giorni e vite, una opera di fascino e inutilità, per questo incuriosiva. Joseph Mitchell ne aveva intuito non tanto la potenza (la vastità la rendeva ingiudicabile) quando l’unicità, che poi si reggeva tutta sulla biografia dello scrittore, sulla sua suddivisione eccentrica tra un passato di sfarzi e un presente di rovine. «Aria, autostima, mozziconi di sigaretta, sandwich di frittata, ketchup». Il resto era racconto, soprattutto orale, come scoprì Mitchell, che dopo la morte di Gould, nel 1957 – morì in un ospedale psichiatrico facendo la sua imitazione preferita, un gabbiano –, ne cercò le pagine, ma la Storia orale del mondo, erano uno scherzo di finzione, una parodia del mondo ammirato, un paradosso Borgesiano. È diventata anche un film di Stanley Tucci che non è male, ma il libro è meglio, fosse solo per tutte le volte che Mitchell è dovuto andare a cercare l’opera e la verità per i marciapiedi di New York. E per quello che poi accadde a lui, quasi una punizione per aver scoperto il mistero.

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