Mosca-Petuškì. Poema ferroviario

722586_468Nell’inverno del settanta, Venedikt Erofeev (1938-1990), il più dispari degli scrittori russi, prende il treno delle 8 e 16 da Mosca per Petuškì – proprio perché era proibito andarci – e ne viene fuori un libro: “Mosca-Petuškì. Poema ferroviario” (tradotto dallo scrittore Paolo Nori per Quodlibet, pp. 216, euro 15) che torna per la quarta volta in italiano. «Lo sa il diavolo, con che genere letterario arriverò a Petuškì». Erofeev smonta e rimonta le sue letture – da Dostoevskij, Gogol’, ai Vangeli, Cantico dei Cantici e il Libro dei Salmi –, smonta e rimonta la realtà sovietica attraverso la sua vita e le sue colpe. Macina chilometri di binari e beve alcol, macina chilometri, supera stazioni, e monologa anzi strologa su tutto quello che gli capita a tiro o gli viene in mente, e solo dopo cento e fischia pagine trova il tempo per Mitrič e suo nipote anche lui Mitrič, con i quali ovviamente: beve. Poi arriveranno altri, tra questi: Baffonero, il decabrista, una donna dal destino complicato con una cicatrice e senza denti, a confondere la Siberia con l’America e i bianchi con i neri. «La frontiera serve per non confondersi di nazione. Da noi, per esempio, c’è una guardia di frontiera che sa, di sicuro, che la frontiera non è una finzione e non è un emblema, perché da una parte della frontiera parlano in russo e bevono di più, e dall’altra parte bevono meno e non parlano in russo…». È un filosofo da «scompartimento», il movimento del treno è un pretesto come un altro per ragionare, infilare storie e pensieri, «Bisogna costringersi, con la forza di volontà, a vincere la sonnolenza e a bere l’undicesima dose, e allora forse comincerà una recidiva del rinvigorimento». Non ha mai visto il Cremlino anche se è un suo desiderio, perché ogni volta che ci prova finisce alla stazione di Kursk, ma poi alla fine si invertiranno i posti, ci erofeev-mosca-petuskiarriverà inciampando. Le attrattive del suo cuore lottano con la ragione e il dovere, e non si sa bene chi vinca, intanto si beve, vodka che è più a buon mercato del manzo, e  il bere è il rimedio a tutto, come tutte le persone oneste sanno: «Vai, Venička, e bevi come un secchiaio», e se non c’è vodka – soprattutto samogon’ (ogon’ significa fuoco) la vodka distillata in casa – si può sempre rimediare con le acque di Colonia: Spirito di Ginevra, Cipro, Gelsomino e Mughetto. Ha l’anima più capiente del cervello, anima che poi è malata anche se non lo dà a vedere, e  parla con gli angeli e Satana, e forse per questo ha raggiunto una tale distanza dalla verità che riesce a vederla come non gli era mai capitato, «Adesso avete capito perché sono più triste di tutti gli ubriaconi? Perché sono più superficiale di tutti gli idioti, e più cupo di tutte le merde? Perché sono un coglione, e un demone, e un chiacchierone nello stesso tempo?» e no non lo capiscono: «Ecco, visto? E così, per tutta la vita. Per tutta la vita incombe su di me questo incubo, un incubo che consiste nel fatto che ti capiscono non al contrario, no, «al contrario» sarebbe ancora niente, ma esattamente in modo opposto, cioè in un modo perfettamente maialesco, cioè antinomicamente». E lui si sveglia sotto i terrapieni delle ferrovie, occupandosi del singhiozzo, «La legge è al di sopra di tutti noi. Il singhiozzo è al di sopra di ogni legge». Depura la vernice per mobili, ed ha pensieri così: «Il mio domani è luminoso. Sì. Il nostro domani sarà più luminoso del nostro ieri e del nostro oggi. Ma chi garantisce che il nostro dopodomani non sarà peggio del nostro altroieri?»

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