La grammatica del bianco

downloadPer raccontare l’incontro tra Björn Borg e John McEnroe, a Wimbledon – che è il Vaticano del tennis, secondo Bassani – nel 1980, Angelo Carotenuto sceglie Warren Favella, un raccattapalle di undici anni. Modula tutto l’incontro sulla sua voce, i suoi pensieri e il suo sguardo, in una riscrittura di un evento che tutti o quasi abbiamo ancora davanti agli occhi. “La grammatica del bianco” (Rizzoli, pp. 267, euro 15) è il tentativo di andare oltre lo sport restando dentro lo sport, utilizzandone la geometria. Che vi piaccia o meno il tennis, che sappiate o meno di quei cinque set non ha importanza, perché dentro quell’avvenimento, Carotenuto inserisce una vita, immaginandola. Prende un testimone reale, con un punto di vista privilegiato e gli regala biografia e futuro. Lo mette in connessione con la Storia. Vita ed evento si innestano in un romanzo che fa vivere realtà e finzione, alle manie di McEnroe alle sue volèe e ai suoi monologhi si annodano i problemi di Warren, ai respiri di Borg alla sua sensibilità al suo apparente distacco: i suoi sogni. Quasi che sia lui la pallina, il campo e il trofeo che si contendono, invece, è solo il testimone della battaglia, quello che li guarda da vicino, sente la puzza del loro sudore, i respiri, che ha la preziosa possibilità di osservarne i gesti, in una solitudine che quasi li tocca, in una perfezione che va oltre quella dei nostri ricordi, che si fa cinema. Carotenuto consuma l’incontro, riesce nell’impresa di rimontarlo, oltre le immagini che hanno visto McEnroe e Borg ridurre l’ordine del tempo a una sfida in un supermercato. Ristabilisce priorità, e lo fa in funzione del suo testimone, Warren, che è la purezza, l’elementarità di visione. Dalle mani sulle racchette alla posizione dei piedi, dal racconto della singola zolla d’erba fino alla pallina che consegna vittoria e sconfitta, dai cerotti ai calzini, dai lacci alle fasce, è un delirio di dettagli. È la difformità della soggettiva, il ricordo che diventa stile. Dalle marche delle maglie dei due tennisti si può leggere il destino della sconfitta, dalle loro espressioni risalire ai desideri di Warren, scalando il tempo. Björn e John si giocano il titolo. Il ragazzino prova a capire il mondo, a sezionarlo secondo le due massime categorie: buoni e cattivi, disastri e trionfi – passando per Kipling – costruisce il suo confine, come fa la rete del campo da tennis, ci sono sempre due parti, e degli uomini che sudano per andare oltre quelle parti. Il tennis prima di essere arte concreta – più della boxe – è sublimazione dell’uomo solo, a raccontare i volti dei tennisti si scorge il mistero, nella precisione dei loro gesti c’è tutta l’inafferrabilità delle deformazioni che adottiamo per ingannare il tempo, nella collisione di palla e racchetta c’è lo scontro che di continuo ci sfugge, nella distanza tra i tennisti l’inganno di una approssimazione geometrica che prova a stabilire regole di grazia, gabbie d’espressione, moderazioni del primitivo motivo che ci governa: la supremazia sugli altri. Esaurendo il racconto di noi, la riflessione negli altri che vorremmo essere o no, nel ricalco di gesti che ci potevano appartenere o che non ci apparterranno mai, si concretizza, senza violenza, quella supremazia. Per questo siam qua, a scrivere e riscrivere, per provare a dare un senso ai giochi d’inganno, di padri e madri, persino quelli dove i punti no, non sono tutti uguali, e dove chi guarda sa che un medico – in questo caso una ginecologa –  sarà sempre più utile di un tennista.

uscito su IL MATTINO

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3 thoughts on “La grammatica del bianco

  1. rodixidor ha detto:

    Ed è lo sport a diventare epica. Se il libro è la tua recensione è sicuramente da leggere. 🙂

  2. mariangela ha detto:

    Con un po’ di ritardo vado subito a comprare e a leggere ” La grammatica del bianco” di Angelo Carotento. MI piace da matti l’idea di seguire una partita di tennis da altre angolazioni. Mi viene spontaneo fare un collegamento con “Tennis” di John McPhee; di coloro che amano e scrivono l’anima del tennis fatta di particolari che arrricchiscono noi spettatori presi come siamo da suggestioni immediate ma che comunque, anche per chi come me ha tante primavere, rimangono indelebili nel tempo.
    Tanto bella la recensione quanto almeno lo sarà il libro! Grazie.

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