Da Bucarest a Chisinau

IMG_0029Saltano agli occhi: una locomotiva russa che ha visto molte stagioni, la parete puzzle – coloratissima di incastri blu, arancio, rossi – che annuncia treni in arrivo e partenza: figlia di un tempo lontanissimo quando la stazione di Bucarest non aveva McDonald’s agli angoli e la luce di un film di Nikita Mikhalkov. E il treno che sto per prendere era quello dell’amicizia “Prietenia”, prima sospeso (durante le rivolte contro il presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo Partito Comunista, accusati di brogli, che portò giovanissimi a bruciare il parlamento e il palazzo presidenziale) e poi reintrodotto con il regime dei visti per i cittadini rumeni. È un vecchio treno, che parte a giorni alterni, e conserva l’immagine, gli odori, la scomodità di quando c’erano il muro di Berlino e il patto di Varsavia. Sta defilato, quasi deposto sui binari, ha tendine da lanterne rosse ai finestrini, donnone russe che sghignazzano salendo, controllori ubriachi, coperte da esercito, cuscini enormi, lenzuola “made in China” con scritte “I love you”, nei vagoni odore di gas e di umido, ogni tanto passa qualcuno con grosse buste bianche e si cerca un posto dove dormire, le cuccette sono più strette delle stanze di campus costruite da Ceausescu, c’è un tavolino esile e sopra un vaso con una margherita finta che fa più tristezza che calore, anche se a qualcuno ricorderà Michail Bulgakov. Le tendine rosse creano una atmosfera da bordello ma anche intimità, l’odore del cibo che si consuma nelle altre cuccette ti fa sentire in una cucina da orfanotrofio. Divideranno il viaggio con me: Sergej, uno che è uguale al John Goodman del “Grande Lebowski” anche negli sproloqui, e Tatiana una studentessa di giurisprudenza con una frangetta da Beatles sopra occhi da orientale. Sono un incastro, lui straparla, lei non dice niente, ogni tanto annuisce con un inglese veloce e scolastico, l’altro invece parla anche spagnolo e portoghese: è stato in Mozambico con l’esercito russo, e in Colombia come dipendente della compagnia di bandiera. Mentre lui non ci risparmia niente, e la premessa è sempre: «non bisogna confondere le mosche con le cotolette», scoprirò dopo che è un modo di dire usato da Voronin nei bombardamenti televisivi. Attraversiamo stazioni dimenticate dal tempo, pilastri stinti con ferro in vista, sullo sfondo vecchie fabbriche sfracellate, pianure immense e in mezzo il treno che va lento e fischia, fischia, quasi a dire: esisto ancora, nonostante tutto, vado. Nelle stazioni i cani abbaiano alla notte e ai passeggeri che scendono e salgono, rincorrono i topi o restano di fianco al capostazione che dritto come una  sentinella sta su una piattaforma a ratificare il passaggio stanco di questo vecchio treno nelle stazioni senza fermata. Dentro, nel vagone,  assisto a uno scontro generazionale, con Sergej che crede fermamente del sogno stalinista di Putin «è un uomo che si sa far ascoltare» e Tatiana che è europeista, convinta che fra qualche anno «la mia Moldavia sarà in Europa». Il primo, cinquantenne è un vecchio prodotto dell’unione sovietica, la ragazza, invece, appartiene alla generazione moldava che studia a Bucarest, aspetta un passaporto rumeno e quando torna a casa è solo per dire «c’è un altro mondo oltre quello che racconta la televisione russa», A Buzeu una fabbrica di pane e pasta la “Brutariile Boromir”, scritta verde enorme fluorescente ci appare nella notte entrando di IMG_0048prepotenza  fra le nostre cuccette con il buon odore che ha superato i finestrini, le tendine rosse e l’alito d’alcol di Sergej e del controllore che ha un cognato italiano (tutti in Romania e Moldavia ne hanno uno), e lo ripete ad ogni passaggio. Il resto è sonno mio, con sottofondo di storie raccontante da Sergej, di quando era guida per turisti a Stalingrado (dice così), sì, ha fatto un mucchio di cose. Mi svegliano in serie: un poliziotto rumeno con  baffi da rivoluzione messicana, il casino del cambio rotaie perché i binari sovietici hanno uno scartamento di dodici centimetri in più rispetto a quelli europei. E Sergej ha una storia che spiegherebbe la diversità e coinvolge l’intimità dello zar, mi salvano due soldatesse moldave con al collo una strana macchina per il controllo dei passaporti che le fa sembrare fiammiferaie da musical, dietro di loro una signorina russa in pelliccia molto sorelle Kessler che ci istruisce sul virus n1h1 e ci fa compilare apposito modulo, infine il vero capolavoro è un Chruščëv in divisa blu e cappellone da generale russo che in lingua chiede: «Hai armi? Apri zaino». Ma il cambio rotaie con il sollevamento del vagone ostacola le operazioni e non può non strappare un sorriso a tutti, alleggerendo i controlli. Quando ripartiamo è l’alba, la campagna moldava somiglia molto all’Irpinia prima del terremoto, Chisinau invece è freddo, buche per strada, fango impastato a foglie, e intorno palazzoni sovietici, massicci formicai senza ornamenti. Al mercato si sente l’Asia sulle facce dei contadini che vendono frutta e per strada le ragazze sono russe, alte, scosciate, con stivaloni ai piedi che suonano il passo. È una città di sesso e affari, dove tutto è losco e anche la luce fioca fa il suo gioco. Non posso che pensare allo scrittore rumeno Gyorgy Dragoman che dice in tutte le interviste ai giornali (ultimo Newsweek): «se vogliamo mantenere la nostra libertà dobbiamo guardare al passato».

Notizie sul treno

tragitto Bucarest, Ploiești, Buzeu, Focsani, Bacau, Roman, Iasi, Nicolina, Cristesti, Ungheni, Chisinau.

durata 14 ore, di cui due impiegate a cambiare le rotaie al confine.

alternativa Bus, 9 ore.

 

Foto di Maria Vittoria Trovato

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