Only fools die alone

175600588-4861dad6-1224-4954-a6e1-b98103a02388Il Premio Pulitzer è stato assegnato a Massimo Ciancimino per il suo “Only fools die alone” (in Italia pubblicato da Mondadori negli Usa da Penguin Random House, pp. 1051, euro 30, dollari 38). I paragoni si sono sprecati, ma quasi tutti convengono che Mario Puzo sia il riferimento principale, anche perché Francis Ford Coppola ha acquistato i diritti e intende girare il film entro l’anno. Il libro, una opera pynchoniana  per la mole di pagine e personaggi, città, intrighi, veleni e segreti, è anche tra i più venduti in diversi paesi. Per il New York Times: «Ciancimino riscrive Puzo secondo la grande tradizione di italoamericani che sanno raccontare i difetti al punto di tramutarli in pregi, talvolta invidie. La mafia si fa tragedia shakespeariana come e più del Padrino, la famiglia nucleo di controllo del potere italiano». Per il Washington Post: «C’è un nuovo Tony Soprano, ed è Don Vito Ciancimino, con la singolarità di un Mazzarino e la ferocia di un Corleone, saggio e spietato, colto e ammanigliato». Il libro, diviso in cinque parti, come le dita di una mano, la stessa che stringe la Sicilia in pungo su tutte le copertine da Palermo a Washington, nonostante la quantità di eventi risulta facile da leggere, forse perché è prima uscito in inglese con la cura di J. R. Moehringer e poi in italiano. E, mentre negli Stati Uniti tutta la critica si è concentrata sulla qualità dell’opera, in Italia subito si è scatenata una polemica – confondendo realtà e finzione – anche per la rilettura di stragi e intrighi, per il racconto dell’aggiramento dei giudici e dei giornalisti come recita a soggetto in funzione di una parte del libro, con una accavallamento tra fatti reali e fatti non reali, tanto da far parlare Mariarosa Mancuso «del primo romanzo mockumentary: perché scritto e riscritto vivendolo». È un viaggio nella delusione italiana, nella sconfitta dello stato e nelle sue perdite, nel suo potere e anche nei suoi giorni normali, nei suoi morti e nelle sue mancate verità, ma soprattutto è il racconto della mafia dall’interno: dai pensieri alle azioni, con la consapevolezza che «solo gli schiocchi muoiono soli» frase di Don Vito Ciancimino che regala anche il titolo al romanzo. Le pagine della sua fine, con il corpo sfatto e la voglia di raccontare, con il suo flusso di pensieri che si fanno legge, azione, intrigo sono le migliori, appare come un Riccardo III a Palermo, le sue manovre politiche – con papelli e patti, licenze e leggi – vanno oltre quelle di Frank Underwood, hanno la saggezza di Don Vito Corleone passano per Riina fino a diventare apparato come e più del governo cinese. Massimo Ciancimino si è finto Giuda per rivelarsi Joker, dimostrando la supremazia della cultura mafiosa su giudici e giornali, il capitolo dove si prepara alla confessione raccontata come allestimento di un set, con copione e luci, fotografia e colonna sonora: farà scuola. Molto si deve a Moehringer che, allo stesso modo di Agassi, ha fatto di un rapporto impari: padre/figlio un vortice dove farci entrare ogni cosa. Ciancimino si fa traditore e antropologo, fustigatore, agnellino, testimone riuscendo per tutta la storia a camminare sul filo: colpevole/innocente. Il risultato è un grande romanzo che si è fatto subito spazio tra i grandi della storia della letteratura mondiale, in molti storceranno il naso e l’hanno storto, ma il Pulitzer conferma che la morale non ha niente a che vedere con la narrazione.

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