La villa a Chernobyl

10736011_10205014190183407_1222853087_nIn “Man on the moon”, film di Milos Forman sulla vita di Andy Kaufman interpretato da Jim Carrey, c’è una scena, dove ad un incontro, il pubblico chiede a Kaufman il tormentone di Latka – personaggio che interpretava in “Taxi” una vecchia sitcom –, e lui, prova a spiegare ma niente, tanto che la cosa gli sfugge di mano e per rimediare e far comprendere che è diventato altro: legge tutto il “Grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, proprio tutto, fino a sfinirli uno ad uno e costringerli ad andare via. Ho ripensato a Kaufman quando Gianfranco Marziano mi ha raccontato che vorrebbe cancellare ogni traccia digitale di sé dal web, perché non sopporta più quelli che lo adorano. Ma proprio l’ultima frase del romanzo di Fitzgerald: «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato», riporta tutto alla realtà, nonostante abbia smesso di esibirsi, continuano a nascere gruppi di supporto su Facebook, profili a suono nome, continuano le condivisioni delle sue canzoni e i passaggi e passaggi di pezzi dall’oroscopo alle teorie scientifiche strampalate. Negli anni scorsi Gianfranco Marziano è stato molte cose: cantante, comico, scrittore, blogger, con una lingua completamente fuori dalla scena e con una leggerezza difficile da replicare. «Non c’era progetto, erano cose fatte con gli amici, poi la condivisione ha fatto il resto. Erano i primi tempi di internet ed era bello mettere roba su un sito, magari la gente cercava cose importanti e si imbatteva in quelle mie. Non ho mai pensato di farci soldi, e non li ho fatti». È passato attraverso molte esperienze rimanendo sempre se stesso, e anche oggi che appare come un reduce involontario conserva quello sguardo e quella lingua, tanto che mi chiedo come abbiano fatto i giornali e le tv a non vederlo, a non usarlo. Marziano è stato Rezza svuotato dal teatro, e darebbe punti a tutte le Iene i Pif e il resto che è venuto dopo. Ma questo è un rimpianto mio, lui rimpiange una chitarra – una Gibson Les Paul – perduta anni fa nell’andata e ritorno da Napoli a Salerno per i soldi che gli mancavano. Ci incontriamo al McDonald’s di Mercatello, e già al bar di fronte il ragazzo alla cassa gli dice: «Uhà Marzia’ si ruoss». Lui abbozza, paga, e più tardi mi dirà: «è gente che ama un calciatore di venti anni fa, esibirmi oggi non avrebbe senso, sarebbe come far giocare un vecchio». Prima era bastato dirgli del mio racconto sulle spiagge libere della costa campana per scatenare un vero e proprio romanzo orale con imitazioni di giovani russe, vecchie salernitane, famiglie vesuviane, con tempi cadenze e pensieri. Marziano è convinto che bisogna dire «l’uomo è terraterra, corruttibile, infame, insensibile» invece di continuare a dirsi buoni, meravigliosi, eroi. «La letteratura ormai è una sorta di karaoke dove questa gente imita Baricco, Hemingway, Calvino. La merda ha vinto non so cosa ha vinto, ma ha vinto». Per questo ha smesso, adesso non si esibisce più anche se ancora glielo chiedono «la gente andrebbe anche a messa pur di uscire». La sua è una critica precisa, che parte dalla sua tesi di laurea – rapporto tra nazismo ed esoterismo – passa per gli ufo e gli esperimenti affini, risale i cambiamenti lavorativi – la prima esperienza è stata alla Pirelli, era all’ufficio acquisti – la costruzione dell’uomo nuovo, i tatuaggi del capitalismo, e arriva fino alla decadenza di oggi. Con un nichilismo strutturato che però gli permette ancora di ridersi addosso, quando una madre lo ferma per strada chiedendogli: «Marzia’ puoi venire a bestemmiare al compleanno di mio figlio?» Il suo personaggio ha preso il sopravvento, «Sì, con venti anni di ritardo, a me allora non mi pensava nessuno». Marziano è uno dei pochi fenomeni autentici di autonomia del successo, leggevo il suo blog nel 1999, i finti annunci – poi finiti nelle Formiche di Gino&Michele senza attribuzione – i suoi racconti degli Ufo, e solo dopo ho scoperto Franco Calieri, Vincenzo Sifone, una serie di eteronimi, di professione neomelodici. Ma tutto questo è Latka per Kaufman, i suoi comandamenti oggi sono: non scrivere, non suonare, non apparire. «Non voglio alimentare un mondo che non mi appartiene. Non posso pensare che se spiego quanto è banale Concita De Gregorio col figlio mentre raccontano il loro libro, poi arriva uno a darmi dell’invidioso. Questo fatto che l’invidia debba spiegare tutto, serva a giustificare tutte le critiche: è assurdo. Kant non ha capito un cazzo. In giro vedo solo gente che ha bisogno di darsi una identità, e allora scrive, canta, suona, non per la bellezza di fare arte. E più sono mediocri più hanno bisogno di produrre, sembrano “tossici” di cultura. Li guardo e penso che la vera emergenza in Europa è psichiatrica». Marziano capovolge ogni certezza, tanto che quando lo accuso di lasciare spazio a questi, risponde: «E cosa gli lascio? Cosa lasciamo a Renzi e ai suoi? La villa a Chernobyl? La politica non ha fallito ha inventato l’ideologia del rimedio. Ormai siamo oltre il quarto d’ora di notorietà di Warhol, si sono presi la giornata». Renzi per lui è il principe Prospero che si rifugia nel palazzo per sfuggire alla pestilenza, ne “La maschera della morte rossa” di Edgar Allan Poe, ma non c’è speranza. Ha avuto molte serate assurde tra centri sociali e arene, ha visto un mucchio di cose che erano dei veri e propri apologhi di come funziona l’Italia, di come si costruiscono carriere e personaggi, e quello che colpisce è la sua serenità, ha scavalcato ed è uscito. La sua linea difensiva è fatta da Sordi – di cui aveva la cattiveria –, Villaggio – per il racconto – e Maurizio Milani – il surrealismo del quotidiano, il saper usare la sua giornata per spiegare la notizia del momento –. Quando deve spiegare la sua strategia, tutta difensiva, «Perché il vero nemico in Italia è il popolo», racconta «la fine della gioventù» che non si ribella, morta senza guerra, «Desidera di essere padrone per dirla con Nassim Taleb», è accondiscendente e paziente come chi deve amministrare un patrimonio. «Non c’è futuro, c’era tanto tempo fa. Quando il tempo era buono io facevo il pubblico, il fatto che oggi stia a numero, che tu sia qui a chiedere queste cose, mi preoccupa. Io non sono bravo, non ho fatto niente, mi faccio schifo».

Foto di Fabio Mingarelli

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8 thoughts on “La villa a Chernobyl

  1. Ciccibutto ha detto:

    Come ho detto più volte sbaglia: col self publishing e l’inconsistenza della concorrenza potrebbe continuare a mettere cose su Amazon e recuperare un po’ di soldi che non ha fatto in passato (e se lo meritava perché noi ne abbiamo goduto aggratis). Ah no scusate è vero, è solo merda quella che ha prodotto, è vero… Già solo un saggio completo su sto fatto, i “tossici della cultura” come quello accennato qui già io da solo me lo leggerei SUBITO e spenderei subito i 20 euri di edizione rilegata. E CHE CAZZO MI DEVO LEGGERE, MICHELE SERRA?

  2. Di solito non imbratto i post di chi si dedica a fare pezzi così epocali. Se lo faccio, è perché mi fa piacere rompere il cazzo. Perdonami, Marcocirié!

    Marziano si sottovaluta e, chi come me che lo segue dagli albori ha notato, lo ha sempre fatto.

    “La letteratura è diventato un karaoke”, ha detto, come tempo fa esclamò pure Doug Stanhope riferendosi al tutto. E la visione citata in Ingresso Libero* mi ha fatto venire il freddo addosso. Perché è vero: le persone acclamano chi sta sul palco solo perché dopo tocca a loro.
    D’altra parte, la democrazia su internet ha preso una piega imbarazzante: oggi tutti possono dire tutto (anche io, in questo momento, lo sto facendo. Potrei spendere il mio tempo a masturbarmi, se non lo avessi già fatto qualche minuto fa).
    Ma è pur vero che grazie ai canali amatoriali di internet ho conosciuto gente come Marziano per i romanzi e tutto ciò che è venuto prima, Amleto De Silva per la scrittura (che non smetterò mai di ringraziare per avermi dato il coraggio di mettere in piazza le mie cacate scritte), che ne so: i Poomplamoose per la musica, il Nostalgia Critic per le recensioni cinematografiche a sfottere, senza contare la gente che per senza niente sottotitola gli stand-up comedian e le serie televisive che qua da noi non arriveranno manco se si fottono la bicicletta a Don Matteo e quelli di Distretto di Polizia ci fanno venti serie per andarla a cercare.

    E, in risposta a Ciccibutto, mi spiace dirlo ma in tanti non lo acquisterebbero il libro a 20 euro. Manco a 2. Perché “fino a mo ha fatto le cose per senza niente, mo che fa: si vende?”. Tanti, non tutti ma tanti, vogliono la jastemma gratuita. “Marziano scrive un libro? Non sono gli haiku? Ua, è robbba seria da leggere? No-ho, io aggia parià”.
    Quando parlo di Marziano e dei suoi veri-fan-tanto-veri-che-non-caccerebbero-manco-un-euro, non cito Man on the moon, ma semplicemente Bart Simpson e il suo “non sono stato io”. Hai voglia a spiegare, a raccontare, no: vogliono Terra terra, Drago Spaziale. Dillo: non sono stato io. Questo vogliono sentire.

    Noi non ce lo meritiamo, uno come Marziano.
    Da quando l’ho scoperto anche a me non piace più nulla. E, forse, non mi piaceva nulla manco prima. Ma indirettamente, insieme a quelli sopracitati e a pochi altri, mi ha dato la forza di cercare il meglio per me e per i miei cari, di darsi da fare (pur fallendo) invece di criticare (dove sicuro si vince). Di circondarmi solo di cose belle.

    Qua già la vita è bella, poi ci dobbiamo pure intossicare. No-ho, io aggia parià. Ma come dico io, però.

    *”Il mondo aveva smesso di essere un posto interessante ormai da molto tempo.
    Il pubblico era salito sul palco e aveva obbligato gli altri a guardarlo, solo che non c’era più un pubblico e quello che sembrava essere il pubblico era solo la gente che aspettava il suo turno per salire sul palco scalciando, spingendo ed urlando.”

    • Ciccibutto ha detto:

      Scusa l’enorme ritardo per la risposta. Rispetto il suo diritto all’oblio, è motivato benissimo. Dal canto mio continuo ad apprezzarlo, ma mi sono arreso all’evidenza che noi pochi in grado di apprezzare la complessità del suo pensiero (con i nostri limiti sia ben chiaro) non esistiamo , e manco abbiamo diritto ad esistere. Ed è altrettanto ovvio che non ce lo meritiamo il Faraone. Sempre riconoscenti peró, sia a Marziabo, che De Silva che a Ciriello, una riconoscenza sentita , immensa.

  3. Afaccrucaz ha detto:

    Va bene tutto, Marziano che si trascina tra Pastena e Mercatello è un pacchero alla cultura è vero, ma Rezza è un altro fatto…

  4. Savio De Vivo ha detto:

    Io trovo il Gianfranco Marziano di Tristi Tropicals, Ingresso Libero o Prima delle cose importantissime un osservatore attentissimo dei meccanismi che si nascondono dietro la nostra società, e sono molto dispiaciuto rispetto alla Salinger, anche se c’è da dire che quelli che lo hanno preso per una macchietta o come una sorta di comico di Colorado più spinto è meglio perderli che guadagnarli. Però c’è un fatto: è impossibile non diventare suoi fan se si leggono i suoi scritti, Gianfranco Marziano è l’unico “vero” che abbiamo in Italia, e questo probabilmente lo ostacola. Gianfranco un appello: non vuoi fare le serate, va benissimo, non vuoi avere un sito internet, va benissimo, ma continua a pubblicare su Amazon almeno!

  5. Lord Vivec ha detto:

    io spero sempre che prima di morire, o almeno prima che muoio io e perdo la possibilità di goderne, si deciderà a farci (a noi “fan veri”, anche se non ce lo meritiamo come qualcuno prima di me ha scritto) un bel libro “serio”. Voglio dire un saggio sociologico a tipo Baumann, qualcosa che lo leggi e ti rendi conto lucidamente in che mondo di merda viviamo. Un manifesto del suo “nichilismo strutturato”, come dice nell’articolo. Sarebbe stupendo pure qualcosa nello stile del comunicato del Blackmorian Institute of Demonolatry, un pezzo di rara bellezza; in generale mi sarebbe piaciuto tantissimo che l’attività culturale del BID fosse andata avanti.

    Si lo so che i suoi libri sono già tragici, ma non è mai troppo, mi piace vederlo come un Leopardi dell’era digitale. Tanto non ci tiene a mantenere il suo personaggio, non avrebbe niente da perdere, anzi potrebbe tirare fuori quello che pensa realmente di tutto. Già solo questa frase, “la villa di Chernobyl”, mi ha fatto fisicamente male al cuore.

    E dai Marziano, sorprendici!

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