Lucio Mastronardi, ecco cos’era tutto quel catrame

lamusaevVigevano ha il capo voltato indietro, l’anima esile e i piedi pesanti. Sembra una statua di Alberto Giacometti, persa su un campo di battaglia. Vive gli ultimi scampoli di una gloria passata – che si sente ancora nell’aria – pagando le accelerazioni economiche in termini sociali. Mondo in piccolo che spiega un’epoca. Ancora oggi, come ieri nei libri di Lucio Mastronardi, racconta l’Italia. È un valido campione per capire cosa ci sta succedendo. Sbollita la febbre della gomma da trattare e mettere sotto i piedi e delle produzioni calzaturiere, esaurita anche la fase metalmeccanica – progettazione e produzione di macchine a servizio delle calzature – nata sulla scia dell’esigenza di velocità (vero verbo dopo i danè), si ritrova scoraggiata, barcollante, in cerca di un nuovo inizio, di una nuova corsa. Sessantamila abitanti, quaranta minuti di treno da Milano, cuore lombardo, geografica piemontese – oltre il Ticino – provincia di Pavia. Si divide fra storia e fabbriche. Visconti, Sforza e operai diventati padroni. Bramante, Leonardo da Vinci e il razzismo insito e pronto a venire a galla verso lo straniero di turno. Ieri: meridionali, oggi: marocchini, rumeni, albanesi.  Li maltratta, li umilia ma prima li sfrutta. La solita vecchia storia – come a Torino quelli che correvano da mamma Fiat – la differenza però è che negli anni ‘50 e ‘60 l’enorme flusso di denari e di gente trasformava una località agricola (perlopiù riso) in industriale e congelava il razzismo in nome della produzione, rendendo gli “altri” un fastidio solo fuori dal ciclo lavorativo, ora in piena recessione la crudeltà parte fin dalle parole e la convivenza è molto difficile. In apparenza Vigevano è una tranquilla cittadina di provincia, con la sua grandiosa piazza ducale da esibire, sfondo domenicale della Milano bene che qui viene a prendere l’aperitivo, il flusso di stranieri sedotti dalla stessa, attratti dal Castello Sforzesco che le sta su un lato lungo a monte e dal duomo che curva chiudendo uno dei lati corti della piazza. Impianto singolare, prospettiva invidiabile, passeggiata suggestiva. Però, oltre la città vecchia, ci sono le case dei meridionali, sposati qui, ambientati, con intorno i sogni realizzati, e ora di fianco quelle dei nuovi “meridionali” che già allora Mastronardi registrava apostrofati come “marocchini” anche se erano siciliani o marchigiani. La vita in comune: impervia,  una vera e propria guerra fra pezzenti. Un ghetto nel ghetto. Sangue agli occhi, nervi a fior di pelle. La situazione sembra quella cantata da Luca Persico “Zulù” ex voce dei “99 Posse” in “Fame chimica” (un piccolo film sulla periferia milanese): «e fravecatùre settentrionali |schifano a tutt’ e meridionali, | ca po’ loro schifano e senegalesi | che schifano ’e zingari e marrucchìni |’o marrucchìno schifa ’o cinese | ca nun ce ne vò’ cu’ polacchi e albanesi, | ca nun ce ne vonno cu’ serbi e croati | ca po’ già se schifano uno cu n’ato…» questa è la catena. Tutti uguali e da trattare allo stesso modo per la signora Pierangela Bellinzona (operaia del nord): «mi son nera e li metterei tutti al muro quelli lì, erano meglio i meridionali». La realtà è variata ed9693f53a165bedf4612bba77f49eacdi poco rispetto a quella rasoiata da Giorgio Bocca nel 1962 – inviato de “Il Giorno” a Vigevano per raccontare i “Malavoglia del boom” –  che non lasciava presagire un gran bel futuro: «Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una». Adesso di librerie ce ne sono diverse, c’è un megastore Feltrinelli nella piazza ducale, perso fra bar, negozi di lusso e sportelli bancari (tantissimi); il consumo culturale è ancora basso, ma la preoccupazione vera sono le fabbriche che s’avviano alla scomparsa: «si è passati dai 25.000 addetti (negli anni presi in analisi da Bocca, ndr) ai 2.500 di oggi, compresi dell’indotto. Con la metalmeccanica delle calzature che è il 70% della produzione italiana, a soffrire più di altri la crisi», ci dice Claudio Cerri, segretario della  FILTEA-CGIL. E Mastronardi? «Uno sfigato», «Perché dovrei leggerlo?», «Ah, buono quello», per i ragazzini al bar. I motivi? Era un maestro: categoria perdente da sempre, era uno scrittore e con i libri di soldi se ne fan pochi, e poi s’è suicidato. Eppure lui ha fotografato la voracità dei loro nonni, ha raccontato benissimo la rinascita italiana post-guerra fino al boom degli anni sessanta, ha inchiodato la provincia ai suoi difetti. La trilogia mastronardiana – “Il calzolaio di Vigevano”, “Il maestro di Vigevano” (vero e proprio successo editoriale poi divenuto un film con Alberto Sordi e Claire Bloom, regia di Elio Petri) e “Il Meridionale di Vigevano” – regge ancora il tempo, le pagine filano via d’un fiato, persino gli ostici dialoghi in dialetto rimangono musicali, simbolici, divertenti, stridenti luccicano in bocca ai ricconi, li condannano e li legano indelebilmente al passato. Ma ci sono anche ragazze come Donatella Belardi, affascinata  da Mastronardi e incuriosita dal nostro interesse. Laureanda in psicologia, boxe dopo lo studio, mamma (pugliese), padre (vigevanese), passati entrambi per le fabbriche. Minuta, affabile e disponibile ad accompagnarci alla ricerca degli amici dello scrittore e dei suoi personaggi: vecchie figure come quella della “giuntora” (orlatrice) e della “peceòra” (scarnificatrice). Ci porta a casa di Adriana Castellani (59 anni), orlatrice, capelli bianchissimi, occhi chiari, un camice indosso e una corona di dolori alle mani e alle braccia, la macchina per cucire tra il tavolo e il lavabo. Ha cominciato a 12 anni come garzona in casa di alcune orlatrici che lavoravano a cottimo. «Non mi è mai piaciuto questo lavoro, e poi a stare seduta tutto il giorno, si ingrassava, veniva un gran sedere». Sembra di sentir parlare la Olga del “Meridionale”. In municipio incontriamo Emilio Ornati (64 anni), arruffato, un po’ curvo, smilzo, baffi bianchi sporgenti, ex responsabile degli enti locali del PCI, grande amico di Mastronardi, ha diviso con lui pranzi vista Ticino in compagnia di Vittorini «incredibile fascino», Calvino «al limite dell’antipatia» e Maria Corti «la più attraente delle sessantenni». È un affabulatore: episodi, giudizi, riferimenti (cita Gramsci, Eco, Pasolini), analisi. Ci svela un Mastronardi burlone, beffardo fino al fastidio come con un suo direttore scolastico che aveva la sventura di chiamarsi Ficarotta, inseguito, tormentato, vessato, cercato anche nel suo paese d’origine Magenta (sembra la rivalità ispettore–maestro del libro capovolta, però), fino al Mastronardi dubbioso in cerca della nuova forma romanzo. «Leggeva tantissimo, ma non amava 9788806369392gdefinirsi intellettuale, rifiutò collaborazioni importanti, conferenze, perché non si sentiva pronto, diceva. Le sue biblioteche erano i bar, lì attingeva: lingua, suoni, personaggi. Maria Corti mi ripeteva spesso: “con Tangentopoli sarebbe andato a nozze, regalandoci altri grandi romanzi grotteschi”». Immaginiamo già un industrialotto processato kafkianamente prima da un giudice e poi passato in rassegna da Mastronardi, altro che Travaglio. La nostra ultima tappa è per l’unica fabbrica che resiste, una fabbrica modello: la “Moreschi” (nata nel 1946) produce scarpe di lusso, 450 operai, tanta luce, ottime condizioni di sicurezza, tradizione e innovazione a braccetto, un asilo nido per le mamme operaie, una concezione quasi olivettiana della fabbrica, strano trovarla qui dove si moriva in silenzio con il benzolo, Mastronardi ne denunciava le morti su “L’Unità”: «oggi non scrivo niente perché è morta un’altra persona con il benzolo». Abbiamo fatto una lunga visita guidata con uno dei proprietari Mario Moreschi (42 anni), uno strano “padrone”, parlando con lui prima, e con suo padre dopo, si capisce anche perché loro tengano nonostante la crisi: «No, non abbiamo mai pensato a delocalizzare, cambiare gestione o ramo. Mai tirato i remi in barca. Noi le scarpe sappiamo fare» e le vendono per il 70% all’estero. Il padre GianBeppe Moreschi (71 anni), per Mastronardi era “il capitale”, «lo conoscevo c’era simpatia fra noi, lui mi apostrofava amichevolmente così». E sulla crisi: «Trent’anni fa eravamo noi i cinesi, si lavorava sodo e ovunque». E anche in nero. «Sì, anche in nero. Ma Vigevano è stata affossata dagli stessi vigevanesi, è ammalata di troppo benessere». E chi sta in coda alla catena di montaggio? «Sogno di far carriera». Elena De Santis (17 anni) assunta da poco, moretta, carina, sorride sfrontata, spalle che salgono e scendono quasi a giustificare le risposte. Fuori dalla fabbrica: «vado in giro per negozi col moroso. No, non ho letto Mastronardi». Altri desideri per chi sta in cima come la caporeparto Mariagrazia Aiello (45 anni) ricci e timidezza, da trent’anni in fabbrica: «sognavo il moroso, la casa, la famiglia mica la carriera. Mi trovo bene qui, ho sofferto un po’ il cambio del lavoro, ma sto bene. Sì, ho sentito parlare di quel maestro». Invece la professoressa Maria Barone (siciliana) che  insegna italiano da tempo al liceo, una dolcezza insita, difficile non darle ascolto: «mi piace la spontaneità di Mastronardi sembra mutuata da quella dei bambini, lo faccio leggere sempre, anche se ho problemi con qualche preside per le allusioni sessuali», nel 2005? Alla fine ci racconta come stanno le cose la dottoressa Stefania Spada, psicologa, che lavora all’Asl di Pavia, e i giudizi di Giorgio Bocca sembrano complimenti in confronto. «Già 15 anni fa Vigevano divideva con San Marino il più alto tasso di suicidi. Se questa percentuale è rientrata, con gli anni il disagio presso i giovani è cresciuto, si è diffuso in modo capillare (fra i 14 e i 18 anni): non solo suicidi, ma droga, bulimia, depressione. Disagio che ha origini antiche: l’emigrazione mai assorbita culturalmente, gli arricchiti che facevano e fanno da modello, un conflitto incredibile fra persone, una difficoltà a comunicare. È mancata l’unione anche fra le industrie, come se ci fosse un gene autodistruttivo. C’è un collasso fra come si è e come si ci mostra, tantissima ipocrisia nei rapporti. Mastronardi è l’esemplificazione della fatica a comunicare, a scarnificare, rompere questa realtà». Ecco cos’era tutto quel catrame che ” Il Maestro di Vigevano” sentiva addosso.

[2005]

 

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