Piero Manzoni

Piero_Manzoni_foto_Giovanni_Ricci(1)Criticato, deriso, sottovalutato. Stimato, esaltato, ammirato. In questa oscillazione di giudizi c’è Piero Manzoni. Genio e ironia.  Pittore, scultore, artista materico-concettuale, anticonformista, figlio di Marcel Duchamp, fratello minore di Yves Klein, padre di Damien Hirst (e dei suoi animali morti esposti sotto teca) ma anche della beffa di Livorno (quando tre studenti burlarono buona parte della critica d’arte con dei falsi Modigliani). Incarna in pieno lo sconcerto che sempre creano le avanguardie. Il dubbio dell’arte moderna.  Magnifico, effimero, mutante, linguaggio che porterà – oggi come ieri –  un padre, un maestro, un prete, un pensionato ad arrampicarsi su un’opera di Maurizio Cattelan, a dire che c’è un ragazzo che disegna meglio di Pablo Picasso o che sa fare tagli e buchi come e più di Lucio Fontana. È tutta qui la questione. L’equivoco. Ecco le accuse contro le loro forme d’espressione: una truffa, tutto falso, niente da dire se è possibile riprodurle. Ma gli inquisitori, i denigratori, i facili giudici, omettono almeno tre particolari: il genio, il pensiero di genio, anzi; e soprattutto lo spostarsi dell’atto espressivo in concettualizzazione che può contenere di già l’opera d’arte senza che questa ci sia. Infine: Piero Manzoni nega l’opera, i suoi sono gesti d’artista. Facile dibattere che se Michelangelo e Raffaello avessero limitato la loro opera al concetto di gesto espressivo i musei vaticani sarebbero una galleria di periferia. Ma l’ermetismo che bordeggia l’assurdo dell’avanguardia italiana degli anni sessanta, concretizzata in sfacciati gesti, è contenitore anche dell’estensione all’opera che manca. Colma l’assenza con l’idea dissacrante che c’è dietro. Questione risolta? Per nulla. Rimangono un mucchio di domande tipo: l’arte è piacere contemplativo o anche semplice, immediato stupore? C’è bisogno di una materialità della bellezza o questa può anche annidarsi nell’idea, nel solo avere l’ardire di pensare? E può un oggetto o un atto della vita comune contenere poesia, un intero concetto guida o anche niente? Su queste domande dondola l’arte di Piero Manzoni. Lui scavalca e avanza. Stupisce e contempla. Apre e si diverte. Basta guardare la foto che lo ritrae tronfio e sorridente, beffardo, sornione e soddisfatto – nel bagno del suo studio –  mentre mostra il progetto artistico che lo renderà immortale: una scatoletta di merda, chioserebbero i denigratori, e no invece: è “Merde d’artiste” (30 grammi di escrementi conservati in confezioni metalliche numerate, firmate e vendute al prezzo della quotazione giornaliera dell’ oro), Sì, signora mia, qui si fa la storia dell’arte, anche se lo sfondo non è granché e la materia un tabù, ostica, rimossa, e ci riguarda tutti da vicino. Allora anche le nostre feci, inscatolate, compresse e spedite in giro per il mondo come una merce qualunque, possono essere arte? Pronti a ribattere i critici, no, non basta essere uomo, bisogna anche essere artista, essere esposto, quotato, mercanteggiato, essere portatore di un concetto, un linguaggio, una teoria; questo è il nodo, il resto sono cascate di parole, inchiostro e secondo posto: “era facile stava lì, come mai non c’ho pensato prima”. L’artista cede una parte di sé, un prodotto del proprio corpo, lo congela, lo firma e lo espone, riunendo così: gesto e pensiero in una “opera nuova”. Suggella il passaggio da merda ad opera d’arte attraverso il suo corpo, quello d’artista, contenente la forza del passato e si lancia verso l’ignoto futuro con un atto semplicissimo, estremo, unico, irripetibile concettualmente proprio come  la cappella Sistina e “Guernica”. È questo l’apice della sua produzione, la nascita di una irrealtà d’artista, che strumentalizza un gesto normale, quotidiano e lo rende puro, alto; è il nome, la firma a trasportare le feci dal suo bagno ai musei inglesi, che qualche anno dopo impazziranno per lui.  Anche se per Manzoni questa è la conclusione – purtroppo – della sua breve carriera di costruttore di polemiche, disorientamento e arte al limite della goliardia. Morirà giovanissimo poco dopo. Tra le ultime opere anche l’Achrome eseguito assemblando dei panini, delle michette. Nata dalle richieste del fornaio sotto casa, che lo assilla perché vuole un ritratto (da lui che odiava il figurativo), qualcosa che sia stato toccato, che sia passato dall’artista, che possa testimoniare la frequentazione lo scambio, insomma qualcosa che si avvicini al concetto d’opera. Un feticcio, un brandello che provi la sua fortuna di fan, voyeur, di sfiorato, che annulli la distanza fra arte e vita vera dell’artista. È questa ansia di un uomo normale a stimolare il genio di Piero Manzoni che non mancava mai di condurre al limite del paradosso il sentire comune di critici e popolo, che scandalizzava l’Italietta del boom e della Democrazia Cristiana. Prima c’erano stati un lungo elenco di gesti che lo avevano lanciato verso la notorietà e i libri di storia, non ci poteva essere conclusione migliore. In realtà, anche se lontana dalla comprensione dell’uomo comune, la sua arte è molto materiale, vive di sicuro nell’assenza del normale concetto di bello (sposando il bianco degli Achrome: quadrati di tela cuciti insieme, gesso e colla, pietre poi pane, pacchi; sposa anche il non senso), ma irrompe violentemente con gesti, formule, linguaggi che portano in primo piano il vuoto, l’assenza che ci avvolge. Il suo è un capovolgimento di fronti, pensate alla sua base del mondo, irreale e pure tremendamente presente, è bastato uno sguardo a testa in giù, per dare un appoggio di bronzo alla terra e farne la più grande viva, continua, scultura in mutazione. Oppure l’ardire di arrivare alla semplicità delle linee rette, irregolari, tracciate, nero su bianco su dei rotoli di carta di tutte le misure da un metro e ventisette del dicembre 1959 ai settemiladuecento metri del luglio 1960, fino alla linea di lunghezza infinita concetto assoluto: messo in scatola e venduto. Utopia, irrealizzabilità, lui mastica, semplifica e purifica. Pensate alla “Consumazione dell’arte attraverso la sua divorazione”, niente di più assurdo, eppure basta imprimere una parte di sé su qualcosa di commestibile e il gioco è fatto. Si può non amare il suo spogliarsi da ogni ornamento, il linguaggio criptico che pure rasenta la banale genialità dei bambini, ma non si può non apprezzare il percorso basato sulla imagessostituzione dell’opera d’arte con il corpo dell’artista, che avviene a poco a poco fornendo dosi di sé, distribuendo in giro frammenti del manzoni-uomo-pensiero, fino alla trasformazione massima nella trasfigurazione di tutto in arte: dal fiato alle impronte digitali, parti impalpabili catturate, racchiuse, da un palloncino e da un uovo sodo, distribuendo la sua firma su nudi corpi di belle modelle, o anche del proprio spirito quando inchioda le porte della sala d’esposizione e appende il cartellino: “Qui dentro c’ è lo spirito dell’ artista”, arrivando ad esporsi su un piedistallo (esponendo anche Umberto Eco), mettendo in mostra il generatore dell’arte, del pensiero, della cultura, come arte in sé. Insomma, un percorso difficile da comprendere, insolente, narcisistico, demenziale,  però mai banale. La sua è una dilatazione del concetto di arte che passando dall’immaterialità giunge alla massima materialità: il corpo e il suo infimo prodotto: la merda. Sdoganandola una volta per sempre. Disgustando l’Italia degli anni sessanta ma dando anche il via a una serie di artisti come Chris Ofili e le sue Madonne decorate con sterco di pachiderma essiccato, ai clisteri di Keith Boadwee, alle composizioni di David Hammons, fino a Cornelius Kolig e alla Cloaca di Wim Delvoye. Forse la spiegazione, per comprendere l’importanza degli atti estremi, simbolici, che rompono le consuetudini dei linguaggi, la diede l’artista belga Francis Alys che alla biennale di San Paolo nel 1998 presentò un video dove lo si vedeva spingere un blocco enorme di ghiaccio in giro per Città del Messico fino alla dissoluzione, e poi distribuire foglietti con su scritto: “A volte non fare niente porta a qualcosa” e sull’altra faccia del volantino: “A volte fare qualcosa non porta a niente”.

Foto di Giovanni Ricci

[2006]

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