Disegnare movimenti nel cielo

102913-mdAnche se a volte ci serve da specchio, di tutti i luoghi abitati il cielo rimane il più enigmatico. E forse, se ha sempre avuto qualcosa di inaccessibile e di sacro, è perché Dio lo ha voluto così: in caso contrario, ci avrebbe fatti più leggeri dell’aria.

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Nel corso dei secoli, un rispettabile numero di spiriti avventurosi, e pronti a tutto, si erano costruiti ali simili a quelle degli uccelli, imbragature rigide e timoni di varie fogge per poi buttarsi dalla torre più alta a disposizione, andando impavidamente incontro alla morte. In mare, ripetevano i saggi, i naufraghi possono sempre nuotare, aggrapparsi a un relitto e raggiungere la riva, mentre per gli “aeronauti” naufragare significa una cosa sola: schiantarsi al suolo.

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Tutto mi aspettavo, tranne che la nostra partenza costringesse gli spettatori al silenzio e all’immobilità.

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Quella sorta di trasposizione rimane ancora oggi l’abbaglio più frequente in cui incappa chi vola. È una esperienza che, in una versione più blanda, facciamo anche al suolo, ad esempio quando ci convinciamo che il Sole si muova verso occidente, mentre è la Terra a spostarsi verso oriente. Ma in cielo lo strano movimento del volo e il distacco assoluto da terra rendono tutto ancora più confuso. Per capire fino in fondo che cosa significa volare, e per accettarlo, ci vogliono anni.

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I piloti sono solo passeggeri più addestrati degli altri.

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L’aereo è un mezzo talmente semplice che a volte viene da pensare che sia stato scoperto, anziché inventato. Il profilo dell’ala è una delle forme più perfette che esistano in natura. E la nostra specie ha imparato a servirsene molto prima di coglierne anche solo le caratteristiche di base. Per questo i piloti hanno dovuto ricominciare tutto daccapo – e ci sono volute generazioni. Lo scoglio più arduo era proprio questo, capire che fra le nuvole non ci si può affidare all’istinto, e per sapere se si sta virando oppure no servono gli strumenti.. In loro assenza, i piloti finivano per compiere manovre misteriose e non dominabili, in molti casi a prezzo della vita.

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Abbiamo fatto molto per diventare volatili. Abbiamo messo le ali, tanto per cominciare, ma ci manca ancora qualcosa: la capacità di percepire, d’istinto, l’inclinazione.

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Le turbolenze che fanno sussultare l’aereo, che lo scuotono, sono molto meno preoccupanti di quanto si immagini.

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Finché le ali rimangono in posizione orizzontale, l’aereo si comporta come un animale ammaestrato, e soprattutto docile. Se gli fai alzare il muso, poi lasci i comandi, lo abbassa subito; se glielo fai abbassare, appena può lo rialza.

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Gli uccelli obbediscono alle stesse leggi fisiche cui vanno soggetti gli aerei, solo che volano senza pensarci, senza preoccuparsi di capire se stanno sentendo di sbandare oppure no, e senza rimuginare sulla devastante eventualità di precipitare a spirale. Non è che volino meglio di noi – di fatto volano peggio –, ma possono aspettare che il tempo si rimetta al bello, e in genere lo fanno. Noi questo lusso non possiamo concedercelo. Abbiamo i nostri programmi da rispettare, e non permettiamo né alle nuvole, né alle tempeste, né alla notte più nera di interferire. Quando l’orizzonte naturale è invisibile ci basiamo su quello artificiale, che compare sul pannello dei comandi. Gli uccelli non sanno neanche cos’è, un orizzonte artificiale.

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L’orizzonte artificiale è una linea, che un giroscopio mantiene costantemente parallela alla superficie terrestre.

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Siamo una specie energica, egoista e adattabile, che sa disegnare movimenti nel cielo. Ma fra le nuvole, se ci affidiamo all’istinto, non abbiamo scampo: per quanto abili siamo, cadiamo a vite. E se non riusciamo a leggere bene l’orizzonte artificiale, o a cogliere per tempo i suoi eventuali errori, imbocchiamo una scorciatoia senza uscita.

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Il 17 dicembre 1903 – a Kitty Hawk, nel North Carolina – i Wright compirono un breve volo in linea retta, cui la stampa, presa in contropiede, rimase pressoché indifferente. Eppure l’esperimento giungeva a conclusione di quattro incredibili anni, nel corso dei quali due anonimi costruttori di biciclette avevano cercato una soluzione con tale sicurezza da far mangiare la polvere a tutti quanti. I Wright erano semplicemente più intelligenti – molto più intelligenti – degli altri. Avevano intuito per primi che il punto non era tanto il volo, ma il controllo del volo. Adesso dovevano capire come dominare l’inclinazione. Dopo quel primo tentativo in linea retta tornarono a casa, in Ohio, affittarono un pascolo di fianco alla linea del tram subito fuori Dayton, e trascorsero un intero anno compiendo balzi ogni volta un po’ più lunghi, e imparando a virare. Così mentre le supreme autorità in materia continuavano a sostenere che volare era impossibile, nel cuore dell’America un pugno di contadini constatava tutti i giorni, serenamente, che i Wright ci riuscivano. E infatti il primo resoconto dettagliato dei successi dei Wright non apparve sul “New York Times”, e neppure sullo “Scientific American”, ma sul “Gleanings in Bee Culture”, un bollettino per apicoltori che si stampava a Medina, in Ohio. Direttore, editore e tutto quanto era un certo Amos Root, il tipico bacchettone del Midwest con il pallino della scienza e della tecnica. In un pezzo teso a tracciare un parallelo fra la propria vicenda e quella dei Wright, Amos rivelò di essere stato, da giovane, il primo a introdurre in Ohio una bicicletta moderna.

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Trent’anni dopo, Amos possedeva una macchina, a bordo della quale affrontò un viaggio di cinquecento chilometri per vedere con i propri occhi il pascolo dei Wright. E lì, il 20 settembre 1904, gli accadde di assistere al primo giro completo dell’aereo di Wilbur Wright. Le grandi specialiste del volo in circolo, naturalmente, sono le api: rimangono in missione ventiquattr’ore su ventiquattro, sfruttando la propria abilità nella virata per costruire interi paesaggi. Root lo sapeva bene, e deve averne tenuto conto. Di tutte le persone al mondo, forse la più adatta a cogliere il significato di ciò che stava vedendo era proprio lui. che infatti scrisse: « È stato il primo volo non di un pallone, di un aeromobile al mondo. Dico il primo, perché per la prima volta l’aereo ha girato ed è tornato al punto di partenza ». Aveva ragione. È la virata a trasformare l’aereo in un oggetto utile.

[Tratto da William Langewiesche, La virata, Adelphi]

Da bambino il suo giocattolo preferito era un aereo. O meglio: la riproduzione di un aereo, bianco, coda rossa e blu, con quello si muoveva sull’enorme cartina geografica portata a casa da sua madre. Su quella, inventava rotte che non c’erano e ancora non ci sono, ignorando guerre, religioni e fusi orari. Nessuno scalo nei suoi viaggi immaginifici, ma solo voli diretti da un desiderio all’altro. Crescendo ha studiato come funzionano gli aerei, cercando di sapere tutto: dai modelli ai principi della fisica che li tengono in aria e poi ha continuato con la storia delle compagnie aeree e le loro rotte, i tempi di percorrenza, gli aeroporti, e anche i disastri che lo colpiscono come la scomparsa di un parente. 

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Lanciare aeroplani di carta nello spazio non è la stessa cosa di affidare messaggi in bottiglia al mare, ma pare a quanto dicono gli scienziati americani che seguono l’esperimento, alcuni di questi aeroplani liberati dagli astronauti: finiranno nell’oceano, molti bruceranno nell’atmosfera. Ecco, quando ha letto su un giornale inglese, questa notizia (non so dire se più simbolica o vera) era in volo, e avrebbe voluto dire all’uomo palestinese che gli stava di fianco che si sentiva così: in viaggio con approssimazione, ma quello dormiva.

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All’aeroporto LdV di F ha passato molte sere d’estate, quando era piccolo, avevano una casa a F e spesso sua madre portava lui e suo fratello a vedere gli aerei decollare. Dopo un gelato, giravano a zonzo nell’aeroporto, guardavano la gente partire e arrivare, si sedevano di fianco a stranieri che aspettavano il loro volo, guardavano i negozi, insomma, era la loro piazza, e se riuscivano a convincere la madre ad andarci di pomeriggio – di solito questo accadeva pochi giorni prima del ritorno a casa – si spingevano fin sopra la terrazza –poi chiusa dopo un attentato – e lì se ne stavamo ore appoggiati alla balaustra a guardare le rincorse prima del salto, come diceva suo fratello per i decolli, che li colpivano più degli atterraggi. Non hanno mai avuto un binocolo, né sua madre ha mai saputo rispondere alle sue domande sulle rotte e le provenienze, ma in tutte quelle mancate risposte c’era una semplicità che li riempiva di gioia, bastava guardare, immaginare, era come se i passeggeri gli passassero i loro ricordi atterrando, e la curiosità partendo. 

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