Il nome delle cose

mEntrando in casa di Roberto De Simone viene da pensare e cantare con Franco Battiato dell’esoterismo di René Guénon, se non ce ne fossero già abbastanza di note e parole, musica e canzoni, scritte dal maestro. Se ne sta piccolo e dritto, in piedi, aspetta che gli passi davanti per stringergli la mano e salutarlo, ha di lato un pianoforte e intorno una marea di presepi, pastori, e bambinelli sparsi su tavoli che quando non giocano con la smorfia contano le figure del gioco dell’Oca. Per sedersi, poi, è una riffa, bisogna scegliere la sedia o poltrona non minata da una fragilità tutta del tempo e forse dall’incuria per degli oggetti che sono troppi e, che, come il maestro, tendono a piegarsi, lesionarsi, sotto i tanti pesi che attraversano la casa e prima ancora Napoli. Sopra le nostre teste c’è una volta a padiglione con lesioni che sembrano rughe sulla fronte, a datare il passaggio della storia. E sulle pareti ci sono quadri scuri a contrastare tutta la luce che entra dalle ampie finestre che affacciano su via Foria. In questo gioco caravaggésco di figure in ombra e luce abbagliante, si muove Roberto De Simone, che ha appena scritto “Satyricon a Napoli ’44” (Einaudi), ed è l’ultimo venerato maestro – per dirla con Arbasino – rimasto in città. Esponente di una relazione di minoranza che guarda la città dal basso e dalle strade e non dall’alto di un balcone. A me appare a tratti come uno stregone, quando pronuncia formule e giudizi, ribadendo quelli scritti nel suo libro, e un Monaciello quando ride di fronte alle mie notazioni sui personaggi famosi che nella storia satyriconiana lui riposiziona in altri ruoli, quasi che quello che chiameremo romanzo – per brevità ma che è molte cose e con molti linguaggi e mondi sovrapposti – fosse un presepe dell’irreale, dove riassegnare una biografia ad Eduardo De Filippo, delle nuove voglie per  Lili Marleen e Rita Hayworth, una nuova trama ai “Promessi sposi” e ristabilire priorità tra santi: con la distanza non dalla grotta di Betlemme ma dall’esercizio della santità misurata in gradi di sincerità, senza influenze di massa, ma con una personalissima e fantasiosa risolutezza dei sentimenti riguardanti una ristretta cerchia di persone «ho fatto – come mio padre – il suggeritore». Ha una capacità rabdomantica Roberto De Simone – che appartiene alla schiera di quelli da citare con nome e cognome, sempre – sia che parli di politica che di musica, che la metta giù passando attraverso i vivi o i morti, rimane questa sua capacità sciamanica di capire quello che c’è nell’aria oggi, parlando di ieri. Del ’44, anno ponte, nel libro un anno lunghissimo che sembra durare due volte il giro che gli compete, che si porta via i tedeschi e butta dentro gli americani che prima avevano buttato giù o quasi Santa Chiara come i tedeschi una madre e sorella che era una Madonna napoletana, che si sacrifica in nome di una libertà prima ancora che della carità cristiana; che si porta via il pennacchio al Vesuvio e sommerge di cenere quello che sta sotto e aspetta ancora che arrivino i barbari. E, così, quando si sdoppia: un robertodesimone che parla di musica e storia e un robertodesimone che parla di letteratura, personaggi e città, a me sembra normale. Ha degli occhi azzurri che ricordano l’acqua di Battisti-Mogol e che non stanno fermi un momento, mentre vedono quello che raccontano e raccontano quello che hanno visto. Ha una vestaglia a quadri e un pigiama grigio che servono ad aristocratizzare la sua figura – sono Roberto De Simone e più di Julian Schnabel me ne sto in pigiama – e se la grande casa mostra smodatamente il suo mondo, lui riesce a condensare in poche frasi il vertice di quel mondo – il cammino fatto, la storia compiuta – in graffi pervasivi che intersecano le vicende di Napoli. «Dalla Pignasecca a Montesanto ho raccontato i miei giri». Potrei riassumere l’incontro nell’opposizione da parte del maestro all’imperativo del capitalismo che trasforma tutto in intrattenimento di massa; «il mio teatro è epico, le mie canzoni sono un prodotto di popolo». Roberto De Simone prova un recupero della musica, riscrivendola, e un recupero della lingua napoletana depurandola dalla deriva eduardiana che l’ha riadattata all’italiano «ha cancellato l’improvvisazione, i suoi sono testi letterari». Scava nella tradizione (musicale) per evolverla, scava nel passato (meridionale) per rimodulare il presente e lasciare al futuro una traccia. Il suo scopo è la restituzione della dissonanza, il non visto, non sentito, non raccontato. Ma non è un robivecchi delle canzoni, un antiquario della cultura, è uno scrittore di suoni e parole che si muove stando sulle spalle del passato, basta ascoltare il requiem per Pasolini «come lui non voglio essere tollerato» per capire la sua modernità, o leggere il libro nei suoi molteplici linguaggi. Mentre Napoli e i suoi scrittori e musicisti si molecolarizzavano in una gradevolezza unitaria, lui rimaneva e rimane altro. E prima di parlare del romanzo-melodramma parla dell’influenza musicale dovuta «più ai gitani ed agli ebrei accolti nel Regno di Napoli» che per strada ne influenzano i suoni che «delle note suonate a corte dagli spagnoli», distingue le composizioni armoniche che arrivano con Pergolesi – sua fissa – e, dopo, finalmente raggiunge i suoi personaggi, lui trasposto bambino, e gli altri due amici satyriconizzati: Carmine e Turiuccio «li ho inventati riassumendo molti miei amici», poi seguono le donne: madri, sorelle, zie, zitelle, cugine, amiche, puttane e cantanti, e dopo arrivano i santi: Gennaro, Giovanni, Sebastiano, Patrizia, Chiara, Maria Francesca  infine l’onnipresente Padre Pio, percepito come «inciarmatore demartiniano oltre che Santo politico», che non solo appare a piloti d’aereo e bambini ma le cui figurine già com-paiono in pizzerie e trattorie in una licenza immaginativa del maestro che lo raffigura ieri nell’onnipresenza di oggi. «Padre Pio rappresenta la magia bassa e povera che ci contrappone a quella alta di Giordano Bruno e del Principe di Sansevero». E di magia il romanzo è pieno, episodi veri che sembrano sogni e sogni che appaiono come realtà, in una costruzione dialogante tra vivi e morti, santi e demoni «Lucky Luciano è un demone che viene a risvegliare la camorra», con un libro magico – I promessi sposi – che ogni volta racconta una storia diversa e mai quella manzoniana: «quel libro è pieno di esoterismo, quasi un libro sorte, il cui culmine sta nell’incontro tra il Cardinale Borromeo e l’Innominato, per questo l’ho usato, andrebbe riletto in chiave magica». Ogni volta che Roberto De Simone racconta la storia del suo romanzo, a parte il suo imperativo «i perché sono borghesi» nel non rispondere alle curiosità su come nasce il libro, vengo attraversato da una sensazione che è replicabile solo a Buenos Aires, una specie di “soglia Borges”, che prescinde dalla verità, che mi ha fatto capire anni fa che i perché più che borghesi sono inutili, non conta il percorso che sta dietro una pagina ma la pagina, e Roberto De Simone riesce a non svelare quel percorso ma ad ampliarlo, in un gioco di rimandi che costringe alla rilettura: dai canoni borghesi a quelli borgesiani. Nel libro la storia di Mauro, quella della madre-sorella di Pontecorvo, la versione del prete, l’audizione di Rossellini che si fa «voce da Dio» e molti altri episodi, vanno oltre la verità e la finzione partendo da un fatto oggettivamente vero: le Quattro giornate napoletane di liberazione dai tedeschi. Roberto De Simone disegna un ponte e lo attraversa lentamente, quasi contandone tutte le pietre e gli spazi, e contando ricostruisce, ricolloca personaggi reali in posti di finzione e personaggi di finzione in posti reali, in un vero e proprio allestimento da presepe, e li governa bene perché a differenza di Eduardo De Filippo ama il presepe. Non c’è cattiveria nella ricollocazione ma ironia, la sua “versione di minoranza” si prende la rivincita facendosi finalmente Storia prima che suono. Ogni volta che parla del romanzo-melodramma sembra aprirlo, e con le pagine far comparire anche le strade e le piazze, sezionandone persino l’aria. «Il ’44 doveva essere l’anno del riscatto, c’era tanta attesa per i barbari che dovevano arrivare, per poi scoprire che i barbari erano/sono i napoletani che coltivano e alimentano la loro volgarità. Siamo passati da popolo a gente». Roberto De Simone non risparmia nessuno, dei napoletani che mancavano dalle strade: da Raffaele La Capria a Benedetto Croce, salvando solo Renato Caccioppoli e il suo curioso vagabondare tra quella gente che aspettava e mentre aspettava si inventava i tanti modi per sopravvivere. La sua non è solo una testimonianza passata per i canoni borgesiani ma è una restituzione dell’oralità che pare perduta in città o nel migliore dei casi mediata, e se Eduardo come Voltaire pare colpevole di tutto, così non è. Se penso alla magia in questa Napoli anestetizzata mi ricordo di Maugham che per descrivere un cantante parlava di «una voce davvero splendida, tutta passione e maccheroni». Mentre in Roberto De Simone si sente l’oralità che si annoda a un cristianesimo magico, capace di farsi memoria tra paganesimo e religione. E di starsene in questa casa, di perdersi in queste stanze, come dentro a una smorfia, tra cristalliere, vasellame, presepi, statue e vecchi mobili, fino a farsi enorme deposito dove ogni cosa ha nome, numero e figura, e che finisce per avvolgere Roberto De Simone, la sua conoscenza, che si fa reliquia antropologica, che dà il nome alle cose che l’hanno perduto, e che andrebbe messo sotto teca e conservato, invece è senza eredi.

 

 

[disegno di Riccardo Mannelli, tratto da La Repubblica]

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6 thoughts on “Il nome delle cose

  1. Vincenzo Martongelli ha detto:

    Stupendo ritratto

  2. Solo il mj poteva omaggiare il Maestro come merita…chapeau

  3. […] arriva a Cantona ho potuto vederlo solo molti anni dopo il liceo, quando andando a casa del maestro Roberto De Simone – una sorta di Gigi Riva musicale – a parlare del suo libro Satyricon a Napoli ‘44, questi […]

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