Lo-Titus

Italy Training Session & Press ConferencePuliva e vigilava, poi ha deciso di spalmare e infine di comandarla. E ci è riuscito. Citandosi addosso. Claudio Lotito dalle imprese di pulizie a quelle di vigilanza prima di saltare sulla Lazio e infine di assaltare il calcio italiano, facendo versioni di greco e latino e trasformando le interviste post-partita in un eterno esame di maturità. La sintesi dell’ascesa e del progetto è tutta nella foto che lo ritrae con la giacca della Nazionale: la sua stella da sceriffo, mostrata in modo svogliato prima ancora che con un linguaggio sbagliato. Il resto è cronaca. Partito incendiario e fiero con Catullo e Seneca è finito pompiere e amministratore con Tavecchio e Macalli. Dice di «amare gli empatici sospinti dalla passione» di «non lasciare avanzi nel piatto» di «battersi per il ripristino della legalità» e appena si mise a sedere sulla sua poltrona di presidente della Lazio si autodenunciò come «moralizzatore». Ha quattro telefoni, quattro aziende di pulizia (Linda, Aurora, Snam e Bonadea), una di vigilanza (Global Security), ma è dentro anche la gestione delle mense e altri affari, ha due squadre di calcio (Lazio e Salernitana) e da “genero di sussistenza” (Mezzaroma) ha scalato posizioni fino a farsi “uomo forte”. Vive la sua stagione di potere in modo scomposto, portando nella stanza dei bottoni nenniana l’aura del primo della classe sporcato dagli affari: «Non ero il migliore del centrosud, ma di tutta Italia. La miglior pagella: la media del 9, ahò!»; gira col rosario in tasca e il vangelo in auto «vengo da una famiglia religiosa» ed è un bel passo in avanti perché prima aveva la pistola ed è pure passato per Regina Coeli durante Tangentopoli, arrestato con un funzionario della Regione Lazio: per aver manomesso una gara, ma ne è uscito nero a metà, come pure in Calciopoli (4 mesi di inibizione, tre punti di penalizzazione e molto credito da vantare). Ha preso a tifare per la Lazio per via del fidanzato della sua tata che gli impose la scelta davanti alla sua non risposta di fede calcistica, ha scritto per “Il Tempo” e da ragazzo giochicchiava in porta amando Yashin ma non è diventato Zoff, anzi è il suo contrario, in accelerazione, anche se lui direbbe che è un presidente catartico con una laurea in pedagogia. All’inizio voleva che il calcio interpretasse Manzoni – vai a spiegare la divina provvidenza a Mauri – poi passò a Pascoli ma Candreva non lo seguiva, continuando a giocare con Dante Alinghieri centrale, adesso si vede che ha scoperto Edward Bunker. Vorace, monologhista più di Nichi Vendola, verdoniano nei rimbrotti con i suoi punto uno, due, tre, e al posto di Hendrix ci infila i greci, i latini, i proverbi o gli errori. È una maschera, capace di trovare un cavillo e salvare una squadra fallita, capace di mettersi alle spalle i suoi padri politici che ora sono ai giardinetti o scrivono libri di memorie, e capace di vendere e comprare calciatori senza mai perderci o quasi. Un mercante, con «gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone» che viene da destra e si arrampica su tutto quello che conta. Sembra uscito da una canzone di Cutugno o da una corrente della Dc, sa improvvisare, manovrare e gestire anche quello che ha appena acquisito. La sua vera morale sono i suoi conti, che poi addobba con lunghi racconti che scoraggiano persino Ilaria D’Amico quando prova a fargli dire il come e il perché. Se c’è la parvenza di un metodo dietro il suo agire e scalare, promette e tradire, è una moderata follia che appiccica ovunque, dalla politica al calcio, che vuole riformare: con stadi di proprietà e “squadre forti”. È un composto di cinismo e luteranesimo di parvenza, il cinismo nelle telefonate, il luteranesimo nelle interviste.

[uscito su IL MATTINO]

foto Getty Image,

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