Estetica dell’Orrore

isis-libia-640864_tnAncora una volta i nemici dell’Occidente mostrano di aver imparato la lezione estetica del mondo che odiano, dopo le Torri gemelle, la gabbia che brucia il pilota giordano, arriva la spiaggia libica, bagnata dal Mediterraneo e sporcata dal sangue. Tutti avrete visto il video che mostra la decapitazione di 21 cristiani copti da parte dei tagliagole dell’Isis. Per un attimo – se vi riesce – dimenticate l’orrore che c’è dietro, il messaggio, la vendetta per la morte di Osama Bin Laden e bla bla bla, e concentratevi sulla costruzione dell’azione. Perché tutto il video oscilla tra la fiction con la quale cresciamo e una realtà che non pensavamo si potesse realizzare e che replica quella fiction. C’è Omero: che è cinema naturale; c’è Broadway con le sue file di ballerine (i boia in piedi e i prigionieri inginocchiati davanti) ma anche Goya, i doppi colori anche questi di derivazione occidentale (tute Guantanamo e il nero d’ordinanza del male, che Hollywood c’ha insegnato), c’è l’arma bianca, altro simbolo; manca, invece, una regia geometrica – in questo hanno ancora da imparare –: la camera scorre troppo veloce sulla fila, poi c’è lo stacco con vista dall’alto, prima c’era la spiaggia vuota: ancora priva di sangue, immacolata. Poi c’è il capo con una divisa mimetica che lo isis-libia-640863_tndistingue. In generale sembra la prova di una scena targata HBO per l’estetica e AMC per la crudezza, tutto va in quella direzione, trailer di una serie che promette orrore e colpi di scena, anticipazione di un linguaggio di crudeltà che segnerà le puntate seguenti, riassunto di quello che ci aspetta, e purtroppo non ci sono né attori né comparse ma morti veri. Mentre il capo parla – in inglese, sottotitoli in arabo – si fa voce narrante, dietro c’è il mare, il Mediterraneo, la nostra storia comune, la tavola che ci unisce, che loro sembrano ignorare. Dopo il discorso del capo, la telecamera indugia sulle facce degli innocenti condannati, nessuno di loro guarda in macchina, ma pregano tutti, e lo zoom ci permette di leggerne il labiale, alcuni hanno gli occhi chiusi, altri lo sguardo basso, in netto contrasto con l’atteggiamento dei boia che hanno una posa da Cristiano Ronaldo prima delle punizioni: gambe larghe e fierezza truzza; tengono il collo di chi gli sta inginocchiato davanti e aspetta che l’altra mano affondi il coltello. Quando la telecamera si allarga per mostrare l’intera fila prima che i boia spingano i prigionieri a terra, faccia nella sabbia, per comodità di violenza, appaiono per quello che hanno immaginato di essere: conformi ai corpi speciali che vediamo in azione, teste di cuoio che però stanno dalla parte del torto, ma ci appartengono per immaginazione, è come se l’Occidente li avesse partoriti, di loro ci mettono solo il corredo linguistico e la pratica macellaia. Alcune delle mani dei boia sono direttamente infilate negli occhi dei giustiziati, si fanno ancore per tenere le teste ferme, e i corpi diventano inanimati, pur rimanendo nel tempo della realtà, tutte le azioni compiute ci portano nel tempo della finzione cinematografica. La regia accelera le immagini per sveltire non l’orrore – che rimane – ma le sue pratiche, comprendendone la noia della ripetizione, c’è un tempo per ogni boia, e sangue per ogni pezzo di spiaggia. Poi le teste vengono deposte sulla schiena, i corpi perdono vita, e quello che rimane negli occhi degli spettatori sono le fascette che legano le mani dei prigionieri, che spuntano dietro le teste, divenute superflue. La sabbia si fa ornamento sulle facce dei morti, le sporca in un oltraggio ulteriore. Il sangue si mischia isis-libia-640859_tnall’acqua, e per una somma di irrealtà – come il cavallo morto di “Valzer con Bashir” – sublima l’orrore e lo rende riconoscibile, assimilabile, reale. Infine, le mani insanguinate degli assassini ci riportano al cinema. Lo sguardo neutro del capo, la sua mimetica che lo distingue dal nero dei sottoposti, la sua fierezza ottusa che lo spinge ad alzare il coltello al cielo e indirizzare strali, promettendo una nuova puntata, con la banalità non del male ma dei film  che si servono del male, banali proprio perché ripetizione di un canone che ha bisogno di riscriversi. E sotto i suoi piedi, il mare beve il sangue, nella sua immutabile natura di padre costretto a seppellire i suoi figli.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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