Se una notte d’inverno un calciatore

B65CRr0IMAAWETRL’assalto alla Roma – niente a che vedere con i tifosi del Feyenoord – al suo secondo posto, da parte del Napoli, passa per Manolo Gabbiadini. È l’uomo del mercato invernale e molto probabilmente quello che risolverà i problemi delle prossime stagioni partenopee. Il molteplice Gabbiadini, uno che dove lo metti sta, che sia campo o vita, fascia o centro area, rifinitore ala o punta, uno che piova o meno fa la cosa giusta: la mette in porta o ci manda Higuain, uno che a vedere le sue ultime partite con la squadra di Rafa Benitez sta dalle parti di Zlatan Ibrahimovich. Il paragone può sembrare eccessivo, lo so, per ora il ragazzo di Calcinate si è messo in scia, e corre corre e segna pure. Manolo Gabbiadini ha una leggerezza di movimenti, nonostante bordeggi il metro e novanta, è abilissimo nell’insinuarsi tra le linee difensive, sembra che ci piova là in mezzo. E mentre i difensori avversarsi si chiedono il come e il perché, ha già piazzato il più mancino dei tiri. Perché ha la rapidità dei temporali estivi, ed è così che ci piove nelle aree di rigore, in uno spontaneo e imbarazzante – per chi lo marca – movimento da infiltrato. Perché ha una esattezza nei gesti: sia quando dribbla che quando calcia. Prendete il gol fatto ai turchi del Trabzonspor, guardate come ogni suo singolo gesto, a partire dal respiro, sia esatto, e anche ridotto al minimo: quando stoppa sta già andando in porta, cambiando lato come solo una porta girevole, con l’orgogliosa sicurezza di uno che ha la strada segnata, sì, ma dalla propria immaginazione. Pensarsi oltre il suo marcatore con un gesto solo e senza abbandonare il pallone. Il resto è facile: metterla al lato del portiere, regolando il proprio tempo sul disordine degli altri, portandosi nelle inesattezze dei difensori. Ma Gabbiadini, non è solo uno che segna e sparisce, no, ha la visibilità e l’assiduità di chi non vuole lasciare niente, nemmeno una azione senza esserci entrato, nemmeno un pallone senza averlo gestito. Ma non è ossessivo è necessario, non è cannibale è essenziale. Per questo è molteplice, per come sa attraversare il campo, accettare di pensare laterale o mettersi in mezzo e spedirla in porta, calciare una punizione o aprire uno spazio per farci entrare la prima punta. Una mistura di intelligenza e azione. E in questo suo agire, c’è una coerenza, che si fa patrimonio, anche perché sembra non essere posseduto dal maggiore dei difetti che ha colpito gli attaccanti italiani negli ultimi anni, che è proprio l’assenza di coerenza, fino a farsi ingovernabilità con punte di insolenza (Balotelli). Gabbiadini ha dato a Benitez un contributo luminoso che ha impedito alla penombra delle critiche, alla sconsolata retorica, di calare sul Napoli, le ha respinte. In una “sliding doors” calcistica è anche l’uomo che è mancato alla Roma di Garcia e alla sua campagna acquisti che non pochi acrobatici pensieri dà a Sabatini. È un calciatore capace di arricchire qualunque squadra, lo sa bene Siniša Mihajlović che ancora se lo piange e cerca una spiegazione plausibile all’operazione compiuta dallo “sciagurato” Ferrero. Gabbiadini ha una inconsapevole ma integralistica ostinazione: arrivare in cima, per questo si prende così sul serio e non ride nemmeno dopo i gol.

[uscito su IL MESSAGGERO]

questo articolo è dedicato ad Amleto De Silva e alla sua irrefrenabile passione per Italo Calvino e le “Lezioni americane”.

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