Canto della gente silenziosa

Ogni-altra-vita1Ogni altra vita fuori da quelle che conosciamo, ogni altra voce che non sia inclusa nei tiggì, ogni altra biografia nella quale possiam riconoscerci: Paolo Di Stefano scrive una possibile storia di italiani non illustri. È ricomposizione del perduto, recupero di piccole storie, restituzione del nascosto. Dai diari alle conversazioni apparecchia un’altra storia, dal Ventennio ai giorni nostri, dalla Sicilia a Milano, passando per la sua storia. Riannoda il suo rapporto col padre e col dolore di perdere un fratellino, la sua emigrazione dalla Sicilia alla Svizzera mettendola in mezzo ad altri. Un esperimento pontiggiano ma senza fiction, con una leggerezza e un acume che ricorda i reportage televisivi di Gregoretti e Loy, riesce a farci vedere questi uomini e donne attraverso la loro lingua sgangherata e bellissima perché di una disparità tolstoiana non assimilabile alle felicità del linguaggio televisivo. C’è tutto: guerre, fabbriche, viaggi d’emigrazione e matrimoni, dolore e felicità, famiglia e auto, amori e rivolte; ma da un altro punto di vista. Un intero secolo, il Novecento: visto dal basso. Fatto di «scarpe con l’astico», «adurate mamme», «l’emicrazione» verso l’America, o «le vanzate» verso le trincee austriache, sognando le donne «ben formate e di bello aspetto», seppure viste per un attimo, immaginando il tanto «bel capitale» da conseguire con «lavori pesanti da schiena curvata per ore» e si finiva per «campare sempre nello spavento», con madri e padri «di una sceneggiatura mai vista», «lagrime» e «case senbre vuote». È una storia d’Italia vista di lato, con una lingua che non ha ancora acquisito le regole, proprio come il Paese che fatica a darsene, incapace di abbracciare tutti, eppure in grado di fornire loro un immaginario da rimpiangere. Che sia treno o nave, guerra o ricerca del lavoro, a spostare queste persone e a scuoterle e torturarle, lanciare o inchiodare, c’è in “Ogni altra vita” (Il Saggiatore, pp. 260, euro 19) un sentimento che li accarezza, accudendone la fatica, ricomponendone gli sforzi, fino a farsi disegno di una traiettoria, mappa di una epopea che ci appartiene. In mezzo a tutte queste voci, c’è quella dello scrittore Di Stefano che si sdoppia, intrecciando la sua vita a quella dei sommersi, anche lui travolto dal quotidiano, debole, sentimento minore, dei giorni senza luce. È difficile non identificarsi in queste storie, non provare a far combaciare le nostre di storie, non accavallare i nostri sentimenti a quelli custoditi nei diari di Pieve Santo Stefano, che ormai è un posto borgesiano che scavalla il tempo, restituendoci a ondate il chi siamo stati e il chi siamo. Su tutti vale la pena di ricordare Antonio Sbirziola e il suo bellissimo diario: «Tante volte ci penzo e dico che vita che faccio, e una vita da miserabile» ma «Cela faro da solo, questo è il mio destino, sono nato per sofrire, o pure per farmi un migliore avvenire. Vediamo quello che succedera nel mio futuro» cosciente che «Dio per noi è una fantascienza». Ed è un Dio fantascienza che non sorregge proprio tutti, assente anche per l’altra storia che vale la pena di ricordare, quella del “ragazzo che cade”, quella di Emanuele, Ema, Lele, Manu Scieri che senza guerre parte soldato per la caserma Gamerra un centro addestramento per allievi paracadutisti e non torna più.  È l’estate del 1999 ed è un omicidio che ancora non ha un finale, né risposta e meno ancora giustizia. C’è “solo” un ragazzo morto che appartiene alla nostra storia.

[uscito su IL MATTINO]

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