Ermeneutica di Lucio

wAgli esordi si presentava con i capelli lunghi ed elettrificati, e per qualche tempo anche con un paio di baffetti che avevano del posticcio. All’unica edizione del Festival di Sanremo a cui aveva partecipato come esecutore era apparso sul palcoscenico in una delle numerose versioni del Contadino, o del Provinciale, con la giacchetta strettissima e un maxi-foulard bianco e impossibile, gambotte corte e gluteo pimpante. Si capisce che doveva essere nelle intenzioni una sintesi fra l’Italia post-rurale e un accenno di flower power, avendo saltato con una trasvolata provvidenziale tutto il fordismo e la grande industria. Era il 30 gennaio 1969, di lì a pochi mesi sarebbe arrivato un autunno caldissimo, e intanto lui si permetteva di annunciare che «non può essere soltanto una primavera»: presentato da Gabriella Farinon, «accompagnato dal maestro Reverberi», aveva esordito con qualche incertezza di intonazione nell’attacco di Un’avventura, e poi invece aveva proseguito guadagnando una confidenza crescente, gesti via via più sicuri, prima facendo schioccare le dita e poi battendo le mani a ritmo, e infine concedendosi un tocco appena un po’ esagerato, come succede ai timidi, di spavalderia beat, roteando a ripetizione l’avambraccio nel mezzo del ritornello:

Perché non è una promessa…

[Edmondo Berselli, Canzoni. Storie dell’Italia leggera, il Mulino]

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