Dove sta l’identità di Napoli?

5b«A Napoli ogni idea è una persona», diceva Giuseppe Marotta, e sarà per questa abbondanza di idee e corpi che è difficile trovarne una rispetto all’identità, napoletana, chissà. Perché davanti all’emotività che la città dimostra, alla sua volubilità, dal calcio ai morti eccellenti, viene da chiedersi: ma dove sta l’identità di Napoli? Chi la tiene, o chi l’ha presa, come i soldi del Belice di cui si preoccupava Massimo Troisi. Perché tra la Napoli da dismettere, quella dell’odio e quella virtuosa che fatica ad emergere o se ne deve fujre, c’è una Napoli che rimane fissa e magari è quella peggiore per alcuni o la tana per altri, oleografica, però riconducibile a una carta identitaria. È difficile capire, intanto dobbiamo chiederci se l’identità di un posto, di una città che poi è nazione, cambia nel tempo o no? Per dire nella prima metà del seicento gli spaghetti non erano parte dell’identità napoletana ma lo era la verdura, tanto che i napoletani erano detti “mangia foglie”, poi arriva la pasta e si cambia, in una modalità identitaria che si fa mobile, rinnovabile. Adesso, senza farla pesante, e senza apparecchiare la storia, ma volendo restare a Giuseppe Marotta, c’è questo problema che passa anche per l’identità, perché il napoletano tende ad aver bisogno di una persona che si faccia idea, che si tratti di calcio (Maradona), politica (Lauro, Bassolino), teatro (Eduardo) e via così, quasi che non sopportasse l’astrazione, cercando sempre di incorporare in qualcuno l’idea, in modo sia da semplificare le cose che da avere un capo e un colpevole. È proprio un terrore dell’astrazione, quasi che se l’idea rimanesse tale, mancando di fisicità, non potesse essere riconducibile alla bibbia fisica della città, che è il presepe. Una idea esiste se ha una persona e se questa è presepiabile. Per forza di cose anche l’identità deve avere, come le idee, una persona, nell’ultimo mese quella persona è stata Pino Daniele che aveva già abitato da vivo il presepe, con papi, re e presidenti, e ora ha bisogno di un luogo fisico non avendo più corpo, quasi che, rimanendone senza, sfumasse il ruolo che gli è stato affidato, come se il ricordo non bastasse, e allora che sia piazza o aeroporto: la città ha bisogno di dargli uno spazio misurabile che si faccia struttura. Questo affetto per la materia, anzi per la carne che diventa materia, fa di Napoli una città materialista, che assume il presepe come esempio non solo ideale ma fisico, dove tutte le idee trovano posto, sempre che abbiano un uomo che le identifichi. Anche l’identità diventa un testimone che passa da un corpo all’altro, addobbato con oggetti o cibo che lo ornano, e che a volte convive in più corpi, e dove l’identificazione arriva sempre per emotività e mai per un processo razionale; certo alla base dell’emotività c’è un merito che viene riconosciuto come tale da una maggioranza che vi si ritrova. Nel caso di Pino Daniele c’era una identificazione – sonora e di racconto con atmosfere e parole, luoghi e vicende che riconducevano alla città – totale, al punto che questa identificazione non può smarrirsi, venendo a mancare il corpo del musicista ha bisogno di immediata materialità, deve farsi rappresentazione, e anche in fretta, quasi che in assenza di un luogo assimilabile al corpo si disperdesse anche tutto il carico di sentimento che la piazza ha espresso. È anche curioso come l’identificazione sia sovrapponibile, in un lungo elenco di uomini che sono una idea, quindi l’identità potrebbe essere cercata nel legame tra gli uomini che morendo si congelano nell’idea che portavano. E in un gioco borġesiano tutti gli uomini che erano una idea e che sono andati a farsi identità, in realtà, avevano perso rispetto alla loro visione della città di Napoli, quindi sono sì riconosciuti come pezzi d’identità, ma, in un paradosso, ne rappresentano una idea che ha perso, anche se continua a vivere avendo uno spazio segnato a loro nome e una quasi eternità di ricordo. Da questo si deduce che Napoli non ha una identità se non di minoranza, sì, certo ci sono i luoghi fisici come il Golfo e il Vesuvio, a fare da base, ma pare che non bastino, è come se niente fosse abbastanza per definire l’identità napoletana, e si avesse un bisogno continuo di aggiungere altro per completare. È una identità aperta, a dispetto di quello che invece appare: definita, e autoreferenziale.

[uscito su Repubblica Napoli]

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One thought on “Dove sta l’identità di Napoli?

  1. […] i nodi allacciati col giorno, i debiti contratti nell’esercizio intenso e smisurato che è Napoli sotto il sole. Fuori dalle sentenze definitive del giorno, fuori dall’austerità della luce, […]

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